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    Dicono.Che.Sono.Pazzo

     

     

     

     

     

    Dicono che sono pazzo e mi hanno rinchiuso dentro questo orribile buio.

    Mattina. Accendono la luce, aprono la finestra, spalancano le porte, mi iniettano roba, mi spingono, mi tirano, mi picchiano, mi accarezzano. Chiudono le porte. Rimango solo e non capisco come possa guarire se vivo al buio aspettando uno spiraglio di luce. Branda. C’è una brandina ma io non la vedo. È buio, come potrei vederla?.

    È buio e io non ho paura del buio perché se non vedo cosa mi minaccia come posso avere paura. Ho sempre preferito non vedere la mia morte. La morte fa paura. La morte mi spaventa non il buio. Ma se non vedo la morte allora non ho paura e se sono al buio non vedo niente. È da pazzi aver paura della morte? È da bambini o da pazzi aver paura del buio?

    Il pazzo dicono che sia irrazionale. Io ragiono, ma qualche volta manca qualcosa. forse capita perché i miei sensi mi tradiscono. E allora è inutile razionalizzare una illusione, un inganno, se il tuo cervello la produce come fosse vera. Effetto placebo. Se sento dolore io lo sento. Mi convinco certe volte che quello che vedo lo vedo solo perché io ho il dono di vederlo. In realtà mi credono pazzo, ma io sono l’unico sano. Io vedo cose che gli altri non vedono. Se le cose esistono non sono pazzo. Se le cose non esistono io sono pazzo. Come un malato immaginario. Se il dolore esiste lo sa solo lui, solo lui lo sente, allora è malato davvero e gli fa male. Se il dolore non esiste allora è malato lo stesso ma nella testa, perché sente il dolore ma non ha niente. Allora va curata la sua mente. Ma il modo giusto di curare una mente è farla stare al buio?

    I sensi ingannano. Dicono che sono pazzo perché vedo persone che non esistono, ma si sbagliano di grosso. Prima di tutto loro non possono sapere se esistono o no, magari sono fantasmi, magari sono esseri soprannaturali. Magari sono alieni. Loro non possono saperlo, perché loro non li vedono. E poi sbagliano perché li sento anche, altrimenti come potrei parlare con loro, annusare la loro puzza quando stanno arrivando. Non so se li posso toccare, non ho mai avuto il coraggio di avvicinarmi tanto. Se lo faccio dovrei leccarli perché così potrei sapere anche se hanno un gusto. A quel punto sarei sicuro che esistono, o per lo meno se sono pazzo, che i miei sensi hanno fantasie coordinate. Certo hanno odore di terra umida, di erba bagnata. Non si addice tanto questo odore ai loro immacolati vestiti grigi. Alle camice bianche. Alle cravatte nere.

    Vengono e dicono che non sono pazzo. Dicono. Che. Non. Sono. Pazzo.

    E mi tengono al buio e non capisco perché lo facciano se non sono pazzo. I pazzi li tengono al buio. Quella dei vestiti è buona perché io in realtà non li vedo al buio. Sento che uno di loro è seduto sulla mia branda. L’altro in piedi appoggiato a una parete sta fumando una sigaretta che puzza di ammoniaca. Ma qual è l’odore dell’ammoniaca non so se me lo ricordo. Forse era candeggina.

    Il terzo è davanti alla porta e parla con me mi dice cose strane come l’ultima volta. Dice che non sono pazzo. Ma cosa sono? Sono un diplomato, non laureato, ex commesso, prima che qualcuno dicesse che. Sono. Pazzo. Ma perché poi? Un giorno vennero queste persone al negozio a parlare con me furono molto persuasivi. E da allora non ho più lavorato in quel negozio. È buio, non li vedo. Ho sonno, ma se mi addormento mi rapiscono. Ma è buio ed è meglio che mi rapiscano al buio piuttosto che alla luce, almeno così non vedrei le loro brutte facce.

    E se poi accendessero la luce prima di farmi del male allora vedrei tutto e preferisco non vedere. Mi fa male la gola e sento che sono raffreddato perché nella cura del dottore c’è il freddo. Il pazzo al freddo si tranquillizza. Non ha tempo di distrarsi dal proprio malessere fisico e non pensa alla sua pazzia. Ma che ne sa il medico se non è mai stato pazzo. Il pazzo è colui che non sa della sua pazzia. Colui che non distingue la visione dalla realtà. In questo mento non ho una visione. La visione implica il vedere qualcosa.

    Se non ho visioni non sono pazzo. Ma forse il dottore direbbe ironicamente che sto avendo una visione olfattiva-uditiva. Mi voglio alzare. No, mi ricordo che non sono seduto sulla branda. Allora ci vado e mi ci siedo. Accanto all’uomo. O alla donna. In genere sono uomini. L’altro continua a parlare. Tasto il braccio della persona accanto a me. all’inizio si ritrae appena. Poi tranquillo mi lascia fare. Raggiungo tastoni la faccia. Con uno scatto la lecco. Sa di calce. Che schifo. Mi rialzo e vado da quello in piedi appoggiato al muro. Prendo la sua sigaretta scottandomi. Ma sono al buio non posso vedere se ho la bruciatura davvero. Così fumo la sua sigaretta all’ammoniaca. Magari muoio e si spegne definitivamente la luce. Mi ricordo le cose strane che mi costrinsero a fare il giorno che vennero a trovarmi al negozio. Mi ricordo la faccia di quella cliente nel camerino, impaurita, disgustata. Cara mia non sono bellissimo ma quella faccia se la risparmi per un mostro. Ma loro avevano ragione infondo era eccitante. Ma per questo dicono che sono pazzo. Ma meglio pazzo che criminale?

    Loro mi dissero che dovevo farlo se non volevo che mia moglie morisse.

    Il dottore dice che non ho una moglie.

    Il. Dottore. Dice. Che. Non. Ho. Una. Moglie.

    Non lo so se ha ragione. E se lei è andata via proprio perché ero pazzo? Allora se sono pazzo non ho la moglie. Ma se avevo la moglie se ne potrebbe essere andata perché sono pazzo. Ma quanti anni ho? Non mi ricordo. È buio e chi sa quanta robaccia mi hanno dato per farmi stare bene.

    Quello che parla dice che non sono pazzo. Che. Non. Sono. Pazzo. E dice che posso uscire dall’ospedale se solo voglio. Che io sono superiore. Una mente superiore a quella di tutti gli altri uomini. Non gli credo, ma sai com’è magari sono pazzo a non credergli. Magari è vero e io non ci credo perché dicono che sono pazzo. Che. Sono. Pazzo.

    Ma allora mi fido, no, non mi fido. Però faccio finta di fidarmi per vedere se è vero.

    Quello sulla branda impreca perché gli ho leccato la faccia. L’altro si sta accendendo un'altra sigaretta.

    Mi dice di costruire un passaggio. Io posso. Allora lo faccio. Seguo le sue istruzioni.

    Metto la sedia al centro della camera e con le lenzuola arrotolate faccio un nodo. Poi lo appendo al soffitto. Ecco il passaggio è pronto. Metto il collo nel passaggio e salto.

    Il Lupo

     

     

     

    Sento il peso, nella tasca destra del giaccone invernale, quello di finta pelle, quello caldo non ostante la leggerezza delle sue fibre, sento il peso del flacone quasi vuoto che sto cercando di dimenticare.

    Infilo la mano sinistra nella tasca trovando un fazzoletto sporco ormai secco, qualche centesimo che non ho avuto la pazienza di mettere nel portafogli e il biglietto della metropolitana che mi è costato fin troppo.

    Sto per infilare l’altra mano in tasca, in quella più pesante, ma mi fermo prima ancora di pensare di farlo.

    Sono una bilancia; una di quelle vecchie, con due braccia e due piattini. Da una parte il ticket della metropolitana, dall’altra il flacone.

    A sinistra c’è quel biglietto preso ormai senza pensare di poter non pagare. Una volta… un tempo non sapevo nemmeno che forma avesse un biglietto della metropolitana. Fortunatamente non la prendo quasi mai. È sporca; ma scendere in quella latrina mi costa sempre troppo. Eppure lo faccio. Pago la responsabilità.

    Nell’altra tasca il flacone semivuoto. L’ho preso quando ero ancora nervoso. Quando non stavo ancora camminando lungo il marciapiede ampio e umido del corso Kennedy, che dal centro, da casa mia, porta al mare, al porto, alla ferrovia. L’ho preso con l’intenzione chiara di svuotarmelo in gola e vivere di nuovo pericolosamente. L’ho preso quando la mia stessa gola non produceva le nuvolette di fumo che vedo perdersi davanti ai miei occhi. L’ho preso prima di entrare in metro, di pagare quel maledettissimo biglietto e di rendermi conto che ormai non sono più uno che vive pericolosamente.

    Svolto a sinistra, lasciando dietro l’angolo le scale della stazione dalla quale sono emerso pochi attimi prima.

    Mi ritrovo al cavalcavia di San Giorgio, quello vecchio che costruirono sulla ferrovia abbandonata che dalla zona industriale conduceva al porto.

    Mi avvicino.

    Da giovane vivevo in questo quartiere. Sono nato con una madre e un fratello maggiore nella zona popolare della città, dove la polizia ha paura di intervenire, dove le donne sole o sono prostitute oppure sono nate li. Il caso di mia madre, e non lo penso solo perché mi ha generato, non è esattamente il primo. Nacque in questo posto quando ancora c’era benessere, quando il porto turistico era pieno di barchette a vela e gli stranieri affollavano gli hotel sulla costa. La disgrazia che colpì tutta la città, distrusse la sua famiglia e lei fu costretta a prostituirsi. Così sono nato, benché non abbia grandi ricordi della mia breve infanzia.

    Breve perché già a dieci anni andai a vivere in una stanza di quello che un tempo era l’Hotel Grecia, con mio fratello come padre. A dodici anni ero un abile borseggiatore e a quindici ero considerato il migliore.

    Fu a causa di una di quelle guerre tra ragazzi, proprio contro quelli del San Filippo, che la conobbi. Ancora non avevo venti anni. Mio fratello era ancora vivo.

    Arrivo al ponte e sento l’umidità provenire dal mare, l’odore avvolgente della salsedine. Mi guardo intorno senza vedere anima viva. Ricordo il passaggio che scende direttamente sui binari. Spero di non essere cresciuto troppo da non poterci più entrare. Lo cerco tra gli arbusti spinosi, pungendomi tagliandomi le mani.

    Lo trovo.

    La rete è ancora bucata, ma quasi si lacera il cappotto mentre attraverso il passaggio. I rovi rendono più difficile l’ingresso e io sono più grosso di un tempo.

    Esco dal groviglio d’acciaio e legno che mi separava dalla mia infanzia. Sono completamente bagnato. Tutto è bagnato intorno a me e le pozzanghere sono sazie dopo la pioggia del pomeriggio. Qualche impercettibile sottile goccia sta ancora cadendo, ma me ne accorgo solo guardandone il riflesso nelle luci gialle dei lampioni.

    Raggiungo i binari sul fondo di quella piccola valle costruita per il passaggio dei convogli e mi metto in marcia verso il porto, lasciandomi il ponte alle spalle.

    È buio nel fosso, ma le luci della smisurata metropoli che ha mangiato la mia città, riflettendosi sulle nuvole e arrossendole, mi permettono di vedere dove metto i piedi e creano una sinistra atmosfera, che non fa parte dei miei ricordi dell’infanzia. All’epoca la città non era così illuminata né così grande. Non era proiettata verso il cielo come oggi, ma piuttosto verso il basso, verso i fossati delle ferrovie, la sabbia delle spiaggie, le stradine infestate dai ciclomotori e dalla spazzatura.

    Oggi anche io vivo in alto. In un appartamento di lusso, privo del bagno, ma con il lavandino in modo da lavarsi, la mattina, senza dover ricorrere ai bagni condominali. Vivo con lei da sei anni, ed ero ovviamente convinto di conoscerla.

    Ma non si conosce mai veramente una persona. Riprovo la rabbia che mi rodeva mentre scendevo i ventiquattro piani di ascensore che mi hanno portato qui. Rivivo l’odio che mi ha indotto ad uscire verso il passato. Sento di nuovo la voglia di prendere quelle pesantissime pillole.

    Proseguo, stringendo nella mano il biglietto della metro, accartocciandolo in tasca e mescolandolo al fazzoletto rinsecchito.

    Arrivo sotto il ponte della Marina. Percepisco nel buio un movimento. Vedo il puntino rosso di una sigaretta accesa. Ne sento l’odore nell’aria già acre per la salsedine e lo smog.

    Accelero il passo sperando che mi lasci in pace.

    Il ragazzo che esce dall’ombra avrà si e no vent’anni. È magrolino e maleodorante. Alla sua giacca sono state strappate le maniche e i suoi pantaloni sembrano essere usciti da un lavaggio sbagliato. I capelli grassi e sporchi, ricadendo sul nero del suo gilet, sembrano più biondi di quanto in realtà non siano.

    «Non c’è bisogno che te lo dica, vero?» dice muovendo rapidamente le rosse labbra sottili.

    La sua voce è sottile, acuta e fastidiosa.

    Gli mostro la faccia di chi non immagina, ma so benissimo cosa vuole.

    «Quanto hai con te?» mi chiede ancora.

    «Niente, il resto di un biglietto della metro.» dico io con calma. So già cosa succederà; ero il migliore quando lo facevo io. Almeno una volta nella mia vita sono stato il più bravo.

    Mette rapidamente una mano dietro la schiena, mostrando la peluria chiara delle ascelle sudate; scricchiolano gli stretti pantaloni mentre piega le gambe in posizione da cowboy. Non sa chi sono, non ne ha nemmeno idea.

    In questo caso il passato mi invade con la rapidità di un treno, e non posso fare niente per scacciarlo. È vivere, o morire.

    Prima ancora che lui porti a termine il suo movimento, il mio corpo e la mia mente vengono fusi da quella cosa che per tanti anni ho dovuto tenere a bada, dall’animale che ho cercato sempre di sopprimere, almeno da quando ho conosciuto lei. L’istinto si impadronisce di ogni fibra del mio corpo.

    Mi chino sul ginocchio sinistro, ruotando sulla gamba che fa da perno e colpendo con tutta la mia forza, con la caviglia destra, le gambe del ragazzo. Lo sbilancio. Perde l’equilibro e cade sui binari. Il braccio destro è spezzato dal peso del suo stesso corpo, e la testa, che ha urtato il binario, sta già sanguinando.

    Prima ancora che il dolore giunga alle sue cellule nervose sono in piedi e gli schiaccio la faccia sotto il mio stivale.

    Il sangue gli sporca i capelli biondi, gocciolando poi sul metallo arrugginito del binario.

    «Non c’è bisogno che te lo dica, vero?» grido, lasciando andare la rabbia, lasciandomi impossessare dall’animale represso. Gli do un calcio alla testa colpendolo con la punta della scarpa nell’occhio destro. Non si muoverà più.

    Lo giro e estraggo dai suoi strettissimi pantaloni in fibra, la pistola con la quale avrebbe voluto uccidermi. Piccola, leggera e letale. Controllo il caricatore. Quanto tempo che non stringo tra le dita una pistola automatica!

    Troppo.

    Trenta colpi tutti pronti ad essere usati.

    La infilo nel pantalone, proprio come la teneva lui, dietro la schiena.

    Lo perquisisco e trovo un accendino e un pacchetto di sigarette. Le butto. Mi fanno schifo. Sono bagnate e puzzano di lui.

    Lo controllo per bene e noto che ha un’amplificazione. Il suo braccio destro è parzialmente modificato. L’avambraccio è di metallo. Un lavoro fatto male e poco discreto. Ci sono spuntoni di acciaio su tutta la zona interessata dalla modifica. Leggo la marca, Uluru.

    Ha anche un coltello nascosto nei calzini. Banale da parte tua Hal!

    Mi rimetto in viaggio. La voglia di prendere quelle pillole aumenta.

    Estraggo dalla tasca sinistra il biglietto per calmare l’istinto, per tornare alla razionalità.

    «Questo non è nemmeno più un biglietto della metro!» affermo ad alta voce.

    L’ho distrutto stringendolo nel palmo, giocherellando mentre camminavo. Questo mio vizio di tenere le mani sempre in tasca!

    Sorrido ed estraggo la mano destra.

    Al suo interno la capsula.

    La apro.

    Conto.

    Tre.

    Ne prendo una e la avvolgo nel fazzoletto sporco. Il resto lo ingoio; butto il flacone e mi incammino verso il porto, verso un quando preciso. Verso quando lei non c’era. Tra quindici minuti cominceranno a fare effetto.

     

    L’effetto delle pasticche mi investe come poco prima aveva fatto l’odore della salsedine; mi turba più dell’istinto represso sguinzagliato dall’incontro con quel ragazzino.

    La odio per avermi sottratto ad una vita che forse valeva la pena di essere vissuta. La odio perché adesso mi ci ha scaraventato dentro. Adesso che non posso più viverla.

    Odio, si è questa la prima sensazione che mi invade. Poi, pian piano, fiducia, forza e sicurezza. Mi sento meglio, mi sento bene. Dietro le mie spalle sento la canna della pistola muoversi viscida come fosse una biscia.

    Cammino guardando verso le luci del quartiere portuale. Prostitute, giocatori d’azzardo e mendicanti. Ladri e assassini. Questo era il mio mondo prima di quella guerra contro il San Lorenzo, contro quei super amplificati ragazzini dei quartieri bene. Lei era distante, in alto, irraggiungibile. Come posso dimenticare il suo sguardo disgustato mentre spaccavo la testa a quel maledetto figlio di papà. Usavo il suo stesso braccio di metallo per ucciderlo. Perdemmo e dovetti fuggire. Quel giorno la sconfitta non bruciò tanto come quegli occhi inorriditi.

    La rividi due settimane dopo con i suoi compagni di scuola.

    Lascio il percorso dei binari per camminare sulla sabbia. I piedi affondano, ma ancora di più la mia mente affonda nel passato, in quell’odore, in quel rumore rilassante delle onde che piano si posano sulla riva. La sabbia inizia ad aprirsi sotto di me e rischio di sprofondare fino alle ginocchia. Scappo verso il marciapiede della zona portuale. Esco dalla spiaggia proprio davanti al Sentinella, il vecchio VCS. È pieno di ragazzini.

    L’insegna rossa e luminosa si muove sinuosa danzando verso me. Non voglio che mi tocchi, prenderei la scossa.

    Entro.

    La porta di vetro si apre automaticamente e mi trovo catapultato in una affollatissima sala giochi. È piena di stupidi, intenti a spendere i soldi rubati durante il pomeriggio.

    Do retta all’odio che si era momentaneamente nascosto in un angolo del mio cervello; lo sento muoversi tra le sinapsi come un topo e raggiungere, dalla zona dietro l’orecchio, quella della fronte. Gratta sempre più forte contro le pareti del mio cranio.

    Supero la sala giochi ed entro nel corridoio riservato ai maggiorenni. Guardo lo schermo all’ingresso. Tre sale su otto sono libere. Ne seleziono una toccando il grafico sullo schermo. Il prezzo è venticinque euro. Tiro fuori il portafoglio e pago inserendo la carta di credito. Non mi interessa se la mia maledettissima moglie lo verrà a sapere. Scelgo tra i volti delle ragazze che vedo apparire sullo schermo quella che più le somiglia. I suoi capelli castani, lunghi. I suoi occhi verdi, penetranti e sdegnanti.

    Ecco.

    Adesso so perché l’ho odiata tanto. Gli occhi che mi guardavano questa sera, prima di uscire di casa, mentre lei cercava una scusa per non essersi fatta viva tutto il giorno, mentre lei cercava una scusa per non amarmi più, mi ricordavano terribilmente quegli occhi disgustati che mi guardavano mentre uccidevo quell’anonimo omino della San Lorenzo.

    Lo schermo mi chiede il tipo di fantasia e io so già cosa voglio. La seleziono e mi avvio soddisfatto verso la mia capsula. La apro ed entro.

    Mi sbottono la camicia, in modo da avere spazio per infilare lo spinotto sul collo. Infilo gli occhiali neri e mi sdraio sul letto.

    Nel buio appare un puntino verde intermittente. Diventano due, poi tre. Li vedo aumentare gradualmente mentre compare la scritta caricamento.

    Quando la procedura termina, è come riaprire gli occhi, come svegliarsi dopo dieci anni di sonno. Sono per strada, in un vicolo buio. Mi nascondo perché so che lei sta per uscire.

    Eccola. Sento la voce provenire da un portone. Sta salutando un amico. Scende i gradini che la portano in strada e la porta si richiude.

    Siamo soli adesso.

    Aspetto che mi passi davanti, poi all’improvviso, uscendo dal buio, mi metto dietro di lei e le faccio lo sgambetto. Cade a terra e le salto addosso. Riesco ad immobilizzarle le mani.

    Sento l’eccitazione crescere mentre lei cerca di liberarsi della mia stretta, mentre si dimena.

    La picchio con forza e abuso di lei finché non termina la simulazione. Qui non arrivano mai poliziotti.

    È come svenire quando finisce il tempo a tua disposizione; dopo un minuto sei di nuovo nella capsula.

    Tolgo lo spinotto ed esco. L’odio è appagato.

    Attraverso la sala giochi ed esco di nuovo in strada.

    Non so come mi ritrovai ad uscire con lei. Accadde proprio in questa spiaggia. Faceva caldo. Facevamo il bagno, io e lei. Era notte e noi eravamo nudi.

    Fu proprio qui che la vidi per la prima volta.

    Improvvisamente mi metto a correre. Attraverso la strada evitando una prostituta ferma sul marciapiede, riscaldandosi accanto ad una piccola fiamma che mi segue con lo sguardo, ondeggiando intimorita.

    Corro nella sabbia fino ad entrare nel mare.

    Immergo le gambe fin sopra il ginocchio. L’acqua è petrolio e mi sento come un uccello impregnato da quel nero acido.

    Resto a lungo a bagno; chiudo gli occhi e immagino di stare con lei. Mi eccito.

    La odio perché pensavo di conoscerla, ma in realtà non so chi sia. La odio perché pensavo che mi amasse, ma non sa nemmeno cosa significhi amare. La odio perché lei pensa di sapere chi sia io, ma non sa proprio un bel niente. Ha spento il telefono tutto il giorno per non essere rintracciata. Ho visto nel suo sguardo il disprezzo, ho visto che io le faccio schifo così come lei mi ha trasformato, così come lei pensa che io sia. Si dovrà ricredere.

    Mi giro verso la spiaggia. L’effetto delle due pillole è quasi scomparso. Dovrò ingerire l’ultima.

    Girandomi vedo sulla battigia un gruppo di ragazzi che mi osserva. Erano nella sala giochi.

    «Vuoi uscire dall’acqua dottore?» mi grida uno.

    Inizio a camminare verso di loro. L’acqua adesso mi arriva giusto alle ginocchia.

    «Che ci vieni a fare sulla mia spiaggia, non sai che devi pagare per fare il bagno?» dice un altro, gesticolando furiosamente contro di me.

    Avanzo.

    «Sei sordo? Sto parlando con te dottore. Io lo so che razza di persone siete Voi. Ma non sperare di venire a fare l’eroe nel mio quartiere solo perché hai una carta di credito e una bella moglie che ti aspetta a casa». Parla scuotendo la testa, facendo ondeggiare la lunga cresta che parte dalla nuca per arrivare fino alla fronte. Il resto dei capelli sono rasati. Anche gli altri hanno acconciature strane e so che sono drogati perché non sembrano aver freddo con le loro canotte, mentre io, con il cappotto e i vestiti invernali sono gelato. Prima di avvicinarmi troppo a loro, caccio dalla tasca il fazzoletto dove ho conservato l’ultima pillola.

    Li fisso.

    «Ma questa è l’ultima volta che torni, vero ragazzi?» dice rivolgendosi ai compagni, cinque o sei, che annuiscono e ridacchiano. Ci sono due donne con loro. Vedo su ognuno di loro amplificazioni luccicare alla luce dei lampioni.

    «Adesso noi accetteremo la tua offerta, poi, se non ci soddisferà, prenderemo anche qualche pezzo della tua faccia, in modo che quando la settimana prossima uscirai dall’ospedale, i tuoi colleghi capiranno che non è saggio andare al porto a fare le passeggiate, che sarebbe meglio per loro restare nei loro quartieri protetti, ai loro ventesimi piani, a godersi i soldi rubati che le vostre maledettissime aziende vi danno per procreare!» detto questo, il capo della banda si china per raccogliere una pesante spranga di ferro e si mette a correre. Grave errore venirmi incontro solo con un’arma da mischia. Mi fa capire che non possono sparare.

    Con calma estraggo la pistola e velocemente, mirando alla gamba destra, faccio fuoco. Vedo la sua espressione rabbiosa trasformarsi in sorpresa mentre estraggo l’arma; poi spavento e in fine dolore.

    A causa dello slancio rotola più volte nella sabbia, macchiandola del sangue che fuoriesce copioso dalla caviglia maciullata. Si ferma a pochi metri da me a pancia in su, con la testa accarezzata dalle onde.

    Osservo gli altri, indecisi sul da farsi.

    «Ho altri ventinove colpi in questa mia amica che sono ansiosi di correre incontro a chiunque voglia avvicinarsi» urlo mentre mi chino sul capobanda.

    «Se non mi credete potete chiedere ad Hal, il vostro amico sdraiato sui binari verso nord, andate a vedere se vi risponde ancora!» li osservo mentre perquisisco il capo. La spranga è finita in acqua affondando. Loro sembrano scossi dalle mie parole. Probabilmente sanno di chi parlo, benché non si chiami necessariamente Hal il ventenne che ho ucciso poco prima.

    Il capobanda ha solo pochi soldi.

    Mi guarda, anzi, guarda la canna delle pistola puntata contro la sua testa. È ancora vivo e sveglio, benché il suo viso sia una maschera pallida di dolore e rabbia, piena di sabbia bagnata e alghe. Osservo le sue costose amplificazioni. La marca è la stessa, Uluru.

    Capisco cosa significhi...

    «Adesso lasciate che vi spieghi una cosa…» inizio a dire io, guardando prima la faccia del capo, poi rivolgendomi ai suoi compagni: «Non sono un dottore, non sono laureato e non ho nemmeno la licenza media. Sono nato qui, quindi questo quartiere è più mio che vostro. Ho un appartamento al ventesimo piano? Si, e forse non me lo sono nemmeno guadagnato da solo, ma la cosa non mi importa. Ho una moglie, una macchina, un lavandino nel soggiorno e un giaccone di pelle. Bene, sono miei. Non ho nessuna amplificazione perché non ho ancora abbastanza soldi, ma non dubitate che quando potrò della mia umanità resterà ben poco.

    «Ma sapete, quando avevo dieci anni e valevo più di tutti voi messi insieme, quello che facevo lo facevo per me. Rubavo per vivere; uccidevo per sopravvivere. Non potevo certo farmi amplificare, eppure ero il migliore.

    «Voi mi accusate di rubare. Voi, sottospecie di punk moderni, accusate la compagnia dove lavoro di rubare? Non posso darvi torto. Non so da dove provengano tutti i soldi, non so se sia legale tutto quello di cui si occupano, nemmeno so se facciano bene ad avere un esercito personale per tenere pulite le strade da ragazzi che potrebbero essere com’ero io un tempo. Ma su una cosa non sbagliano: non sbagliano nel riempire di loro prodotti dei pazzi come voi, per tenere alla lontana la gente per bene dal porto, dove arrivano e partono tutte le merci di cui la compagnia non va fiera. Fanno bene perché danno la possibilità a me di dimostrarvi che fare i ribelli con le amplificazioni delle compagnie a cui volete ribellarvi, non vi rende degni nemmeno di calpestare la sabbia dove io ho cagato quando avevo dieci anni. Quindi, miei cari ragazzi, non accetto le vostre ipocrite critiche e sputo sulle vostre false facce da punk.»

    Ingerisco l’ultima pillola, sentendola subito fare effetto; mi giro verso il capobanda e gli sparo un colpo alla testa da distanza così ravvicinata che gli schizzi mi invadono il giaccone.

    Poi mi volto, sorridendo con la faccia sporca di sangue e comincio a sparare all’impazzata verso la banda.

    Stavano già scappando!

    Sono tornato nel mio mondo, sono tornato in quel posto dove i colpi di pistola fanno meno notizia degli incidenti stradali. Sono tornato in quel momento della mia vita nel quale non ero niente, eppure mi sentivo qualcosa.

    La pillola mi rende euforico. Rifaccio tutta la strada al contrario. Passo per il corpo del povero Hal, passo dal mio buco nella rete, fino alla stazione della metro. Salto le barrire per non pagare il biglietto. Corro ai treni e ne prendo uno al volo, mentre le porte si chiudono.

    All’uscita mi volto un attimo, salutando definitivamente il mio passato.

    Corro fuori dalla stazione e arrivo al mio palazzo. Salgo i ventiquattro piani di ascensore che mi portano all’appartamento pagato centoventunomila e cento euro, sette anni fa. Salgo senza preoccuparmi di nascondere la giacca sporca di sangue.

    Entro.

    Trovo lei seduta sul divano.

    Mi guarda.

    Il suo sguardo è ancora quello, ma c’è di più rispetto al momento in cui sono fuggito. C’è sorpresa, c’è interesse, c’è paura.

    Facciamo l’amore.

     

     

     

    Maggio 2007

    Alessandro Maisto

    La vita secondo Luca

     

     

     

     

     

    Digeriva al buio le parole sputate dalla cornetta del telefono tre o quattro minuti prima.

    Aveva chiuso la porta e spento la luce, prima di sdraiarsi sul letto ancora disfatto, a cercare di appianare tutte le increspature che quella voce disturbata dal solito fruscio del suo apparecchio gli aveva appena provocato.

    Stava sul letto al buio con i piedi penzoloni e le mani incrociate, poggiate sullo stomaco. Dalla finestra chiusa filtrava quel poco di luce che restava del giorno, quel residuo bagnato di luce. Sentiva le gocce sbattere sulla macchina parcheggiata sotto quella finestra, sentiva il vento sbatterle contro il vetro che separava la sua camera dall’esterno.

    Come sempre, quando cercava di concentrarsi su un pensiero, volendo metabolizzare un’informazione, farla sua e affrontarne le conseguenze, riusciva a pensare a tutto tranne che a ciò che voleva.

    La prima cosa che si era chiesto appena poggiato il suo sedere su quel letto fu, quindi, perché mai ho chiuso la porta?.

    A questa domanda la risposta era apparentemente semplice. Sto per immettermi in un percorso specifico dove so di potermi imbattere nella tristezza assoluta, nella disperazione e nella voglia irrefrenabile di piangere.

    Una volta appurato questo concetto semplice, la seconda domanda era: e allora che bisogno ho avuto di spegnere anche la luce?. Altrettanto semplicemente si era risposto: mettiamola così, avendo vergogna di piangere davanti a qualcuno, forse ho vergogna anche di piangere alla luce, davanti a me stesso; o forse ho solo paura che qualcuno possa entrare nella camera e trovarmi in lacrime e chiedermi cosa sia successo prima ancora che io abbia digerito a tal punto la notizia da non sentirla più nel petto, ma semplicemente nello stomaco. Questa notizia è un cancro allo stomaco.

    Vicino a cominciare a pensare “qualcosa” della notizia in se, non aveva fatto ancora i conti con un ultima domanda, fondamentale: perché continuo a chiedermi il perché delle mie azioni, quando conosco benissimo la risposta? Per prendere tempo, per ritardare più possibile il momento in cui la mia mente capirà la gravità delle parole trovate appese al filo del telefono e non saprà più dove rifugiarsi.

    Iniziò cercando di ricordare la conversazione, per appurarsi che non fosse stato uno scherzo, di aver capito bene tutto.

    Era al computer girovagando per le vite (blog) di perfetti sconosciuti. Adorava far questo, lasciando di rado commenti, cercando di occultare il più possibile la propria visita, guardando le foto, leggendo i post di vita vissuta, quelli più interessanti.

    Era seduto alla sua scrivania in compagnia di una canzone e dell’incessante rumore della ventola del suo enorme pc appena acquistato, col pensiero di voler andare di la a mangiare qualcosa, essendo già le cinque ed avendo pranzato con appena un piatto di spaghetti.

    Era in procinto di alzarsi quando il telefono poggiato sulla scrivania di plastica, accanto alla sua mano sinistra, iniziò il suo trillare stridulo ed odioso.

    Era così vicino che nemmeno dovette aspettare la fine del primo squillo per rispondere:

    «Pronto?».

    «Luca? Sono Adele».

    La voce di Adele. Aveva intuito qualcosa già dal tono della sua voce, qualcosa che poi gli aveva impedito di pensare che fosse uno scherzo. Sentì un nodo alla gola, sia mentre era al telefono, sia sul letto, ricordando l’avvenimento.

    «Ciao, come va?» rispose lui, volendo metterla sul convenzionale.

    «Luca…» la voce rotta, poi silenzio per qualche secondo.

    La paura si stava già allora impadronendo di lui. Attese in silenzio per qualche secondo, poi si decise ad affrontare la realtà che la migliore amica della sua ragazza lo stava telefonando con voce sconvolta e rotta dal pianto.

    «è successo qualcosa?» disse prima, in un ultimo tentativo di ignorare i segnali di pericolo che la conversazione gli aveva fornito; poi rendendosi conto, un secondo più tardi ribadendo:«Che è successo?».

    «Luca…» continuò lei con enorme sforzo. Riuscì a dire solo «…Giovanna», poi riagganciò.

    Quel nome lo pietrificò. Non se lo aspettava. Si aspettava un nome, qualcosa di sconvolgente, ma quello della sua ragazza, no.

    Rialzò la cornetta e compose il numero di Giovanna. Non contò gli squilli, ma furono veramente tanti prima che rispondesse la segreteria telefonica.

    Rifece la stessa operazione per tre volte, poi andò a cercare il suo cellulare. Prese in rubrica il numero di Flavia, altra grande amica della sua ragazza e telefonò. Anche questa volta dovette attendere a lungo prima di ottenere una risposta. Purtroppo non rispose una segreteria telefonica.

    «Luca…ti volevo chiamare. Sono con Adele.» disse Flavia, senza nemmeno attendere il “pronto” di Luca.

    «Senti, c’è stato un incidente con il motorino» la voce fredda e calma gli dava conforto; «Giovanna era con Francesco, il fratello», la calma cominciava a vacillare, la freddezza si stava trasformando in gelo; «sono… sono caduti, Giovanna ha sbattuto la testa…» la voce si faceva sempre più incerta, le parole arrivavano sempre più lente al suo orecchio; in quella pausa dopo il “sono” aveva avuto l’intuizione di ciò che fosse accaduto, ricacciandola immediatamente non appena la lenta impresa di Flavia era ripresa. Non aveva ancora detto una parola, disse solo: «Come sta?». La risposta fu immediata: «Luca, è morta». Riagganciò subito.

    Nessuno scherzo, no, era da escludere, decise al buio su quel letto, ascoltando fuori la pioggia, cercando di scrollarsi di dosso la freddezza che lo aveva attanagliato.

    Proseguì il suo percorso.

    Benissimo, Luca, pensò, Giovanna è morta, cosa pensi di fare?

    Pensò quindi alla loro storia, cercando di ricordare i dettagli, capendo chi fosse per lui quella Giovanna, cosa rappresentasse, in che misura doveva provare dolore per quello che era successo.

    Ricordò, così, la sera che la aveva conosciuta. Era stato in una discoteca a fine giugno.

    Ricordò come dopo un paio di settimane si fossero baciati, su quella spiaggia, al falò. Ricordò la prima volta che avevano fatto l’amore, scomodamente in macchina, e la seconda volta, nella sua camera, quella volta che i genitori di Luca erano a Milano.

    Ricordò il momento preciso in cui aveva capito che si sarebbe innamorato di quella Giovanna, quando quella mattina del 13 agosto era stato svegliato da lei che si alzava, quando, lei già vestita mentre lui dormiva, lo aveva abbracciato e, prima di uscire gli aveva dato un bacio. Ricordava perfettamente che da quella stessa finestra sulla quale battevano adesso pesanti gocce di pioggia autunnale, in quel momento entrava quel sole vivo, quel sole mattutino ed estivo, quella luce intensa che aveva illuminato quel bacio ed il suo volto chiaro, non ostante l’estate, non ostante le tante ore di mare.

    Ricordava come fu sentirle dire di provare le stesse sensazione, gli stessi sentimenti, un mese più tardi, ricordò della felicità tale di quel momento, da poterci morire, da poter morire, da voler morire. Ricordò la gioia di conoscersi, ancora non del tutto esaurita, la paura dei suoi genitori, che sapevano qualcosa ma non sospettavano niente, la voglia di sorvolare sul fatto che lei presto sarebbe andata a studiare in qualche altra città, avendo appena terminato il liceo.

    I ricordi stavano per aprire i rubinetti. Sentiva adesso farsi più pressante il nodo alla gola. Pensò, lo dicevo io che non dovevo innamorarmi di lei; che sarebbe andata via; che avevo giurato di non crearmi legami più distanti di mezz’ora di viaggio. Lo dicevo io che se ne sarebbe andata, ma ero disposto a correre il rischio, benché questo suo “andar via” non fosse così maledettamente definitivo!

    Pianse.

    Quando ebbe finito voleva dormire, lasciare che il tempo passasse più velocemente possibile, arrivare già a dimenticare, lasciarsi alle spalle tutto, pensieri, dolore, tristezza. Voleva addormentarsi. Prima di chiudere gli occhi si domandò un ultima cosa. Non conosceva ancora i suoi genitori. Aveva parlato con Giovanna di loro. Doveva andare in quella casa a prendere quelle cose che aveva lasciato li, a prendere qualcosa di lei, qualcosa che la rappresentasse, un simulacro per poterci piangere sopra. Decise che preferiva non conoscere i suoi genitori, non era il momento; decise che forse non avrebbe dovuto prendere nessun oggetto; che diritto ne aveva, il suo dolore non era paragonabile a quello della madre e del padre. Si vergognava quasi di provarlo, di non essere nessuno, di non avere questo diritto. Si sentì una nullità e dormì.

     

    In quei giorni dormì tanto, come volendo cancellarsi, come volendo cancellare il tempo per andare avanti veloce. In quei giorni mangiò poco, come volendo punirsi per non essere stato abbastanza nella vita di Giovanna. In quei giorni guardò tante foto perché qualche volta gli capitava di svegliarsi con il pensiero di non riuscire a ricordare la faccia di lei.

     

    Negli anni a seguire cercò di dimenticare. Ci riuscì, ma c’era qualcosa in lui di diverso.

    Era freddo, impaurito dai propri sentimenti, dalle relazioni. Ebbe delle storie, ma niente di particolarmente serio.

    Un giorno conobbe una ragazza, una nuova ragazza, una che sembrava piacergli tanto. Si comportò con freddezza. Sapeva di provare qualcosa, lo sapeva ma aveva smesso di parlare chiaramente a se stesso. Sapeva di doverle dire qualcosa, ma il suo rifiuto era tale da non poter nemmeno pensare quella cosa.

    Un giorno gli capitò di incontrare i genitori di Giovanna.

    Lo osservarono attentamente mentre le loro strade si incrociavano così casualmente.

    Il giorno dopo decise che era stanco di aver paura di un telefono che squillava. Il giorno dopo andò a bussare a quella porta.

    Aprì la madre. Lo riconobbe. Erano passati tre anni. Non aveva più visto ne sentito Adele e Sofia, non era andato nemmeno al funerale.

    Gli offrirono da bere, ma rifiutò, chiese se la camera fosse rimasta uguale, ma era stata adibita a stanza degli ospiti e le cose di Giovanna erano state spostate, conservate. Scese con il padre nel garage, nella tomba oscura e umida, e gli fu mostrato uno scatolone. Odore di vecchio, odore di animali addormentati che non andrebbero svegliati. Guardarono insieme delle foto, guardarono dei disegni, lessero parole scritte su quadernetti ingialliti ma ancora ordinati, ancora precisi. Trovarono un diario. «Tienilo, se vuoi» disse l’uomo a Luca.

    Aprì l’ultima pagina, lesse. Centinaia di parole, lettere, inchiostro su carta, scripta manent. Una sola cosa significavano quelle frasi in quel momento, dopo tre anni. Giovanna era felice. Il diario traboccava di “Luca”, era dappertutto, in foto, pensieri, messaggi ricevuti e trascritti con quella scrittura chiara e rotonda. Era in quel diario come un hamburger in un panino del Mc Donald’s. Quando Giovanna morì era felice principalmente per merito suo.

    Lesse negli occhi del padre un pizzico di riconoscenza. Lesse un tocco di malinconia.

    Tutto quello che l’uomo invece poteva vedere in Luca era gioia, pura e semplice gioia.

     

    Quel giorno vide la sua nuova “amica”.

    Dopo aver fatto l’amore la guardò negli occhi e le disse «ti amo». Lei non rispose, continuò a guardarlo. Il suo cuore sbatteva forte, il respiro sembrava non voler uscire tanto era stata improvvisa quella decisione; improvvisa ma meditata. Anche se non disse niente, la ragazza che ricambiava il suo sguardo con gli occhi di chi non voleva sentire altro che quelle parole, sembrava che fosse soddisfatta. Il Luca egoista non sarebbe mai scomparso, voleva con tutto se stesso essere altrettanto felice; ma in quel

    momento gli bastava quello sguardo, gli bastava vederle brillare gli occhi.

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

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    Chi sei, sconosciuto amore?

     

     

     

     

     

    L’ammiraglio si fermò ad osservare un’ultima volta quel dipinto mozzafiato che la natura aveva composto e che l’uomo aveva perfezionato. Il sole alto non riscaldava il vento fresco che gli soffiava dietro la nuca, sollevandogli la lunga chioma castana, facendo si che le sue guance sporche di barba venissero inondate e colpite dai capelli impazziti nella danza del vento. Con una robusta mano li scansò ancora una volta, tenendo gli occhi fissi su quelle montagne alte, innevate.

    Un pendio ripido e poi rocce, e blu, il mare sotto il ghiaccio. E il suo sguardo seguì la curva della costa, osservando le onde diventare bianche al contatto con gli scogli, fino al porto laborioso, e più in la, dove iniziavano le case, dove l’opera umana si arrampicava su quelle colline, dove i signorili palazzi del lungomare erano in parte coperti dalle palme e dalla vegetazione messa lì da saggi antenati. Lasciò correre lo sguardo sulla città, sormontata dal castello in rovina, osservando l’architettura modificarsi man mano che si procedeva verso il forte, verso sud. Vide il piccolo molo e per l’ultima volta salutò la città, rimettendosi al lavoro, componendo pensieri più freddi, pensieri più abituali, pensieri responsabili.

    E l’onda che dalla nave imponente si allontanava veloce, increspata e schiumante, arrivava fino a quel molo, andando a infrangersi contro le rocce cubiche che una sopra l’altra si ergevano a protezione della piccola baia dove erano custodite le ben più piccole barche a vela e i motoscafi. Su quelle stesse pietre sconnesse e piene di imperscrutabili spazi, tra la densa salsedine propagata dai colpi costanti del mare alla terra, Michele saltava da una roccia all’altra, mentre Clara cercava di stargli dietro più ordinatamente, avviandosi verso il punto dal quale era più bella la visuale della città.

    «Aspetta, non ti piace da qua?» disse lei fermandosi un momento a prendere fiato.

    «No, vorrei arrivare fino a quella roccia, da la sopra si vedrà tutto benissimo» rispose Michele.

    Il freddo di quella giornata di dicembre era mitigato appena dal sole, ma il vento, che a tratti si alzava a raffiche gelide, rendeva indispensabile la sciarpa e i guanti. Nello zaino di lui una macchina fotografica, avuta per regalo qualche giorno prima, trovata sotto l’albero senza preavviso. Era contentissimo di aver ricevuto quel regalo. Era quello che aveva sognato per anni. Adesso, cappotto lungo, sciarpa e guanti, anch’essi trovati sotto l’albero, si dirigeva velocemente verso la roccia più sporgente, la più alta, la più pericolosa, per scattare la sua prima foto alla città che tanto amava, che tanto aveva amato in quel veloce e bellissimo inverno.

    L’atmosfera post-natalizia porta sempre un po’ di malinconia. Sapere che le strade addobbate verranno presto scolorite, sapere che i negozi, fino a qualche giorno prima pieni di gente, saranno tristemente vuoti, pensare al corso illuminato ai freddi tramonti di fine dicembre, vuoto, senza folle camminanti e disordinate, tutte chiuse in casa a mangiare dolci, a mangiare e mangiare e festeggiare, giocare a carte e evitare di pensare all’anno che sta finendo. Malinconia contrastata dalla gioia del dono ricevuto, contrasto da immortalare con quel primo scatto.

    Quando Clara fu sulla roccia scelta da Michele, lo trovò sdraiato a pancia sotto, armeggiando con i comandi della fotocamera, inquadrando prima una zona della città, poi un’altra, poi le montagne innevate della costiera, poi una nave in mezzo al mare, una nave che si allontanava.

    Clara lo osservò un momento, per poi sdraiarsi sulla sua schiena, poggiandovi la pancia e ridendo.

    Michele avvertì una fitta ad una costola schiacciata contro la parete rigida della roccia, ma trattenne un attimo il fiato senza lamentarsi, confuso dal piacere che gli provocava il peso non proibitivo di Clara sulla schiena. Poi lei si alzò e lui si mise seduto. Lei affianco a lui. Si baciarono.

    Il sole stava scendendo alle spalle delle montagne innevate, il freddo si faceva sempre più intenso.

    Si conoscevano da agosto. Non avevano avuto il tempo di vivere insieme l’estate, ma stavano accompagnandosi nell’inverno. Chi fosse lei, a Michele non era ben chiaro. Chi fosse per lui, cosa rappresentasse. Ancora temeva. Ancora non conosceva il proprio ruolo nella sua vita, ancora non sapeva cosa fosse per lei questo Michele, a volte infantile, a volte stupido, a volte chiacchierone, a volte impulsivo, affettuoso, dolce o rude. Capace di eccitarsi per una macchina fotografica, capace di passare a prenderla senza preavviso per portarla li, su quel molo a fare una fotografia.

    E Clara? Lei sapeva perfettamente chi era Michele? Pacato a volte, altre volte irruento. No, non lo sapeva bene, ma credeva di iniziare a capirci qualcosa. Era contenta, felice, anche se spesso non lo dava a vedere, anche se era silenziosa e poco incline ai suoi scherzi. Non ostante tutto ciò adorava quegli scherzi. E nelle rare occasioni in cui anche lei lasciava che la sua allegria si manifestasse, Michele la lasciava fare, divertito, un po’ intontito, felice.

    Ed era certa di quanto lui le volesse bene, di quanto fosse innamorato di lei. Per natale aveva speso quasi tutto il suo stipendio per comprarle quel cappotto che adesso portava, quello che tante volte aveva guardato nella vetrina sul corso, a braccetto con lui, senza mai nemmeno sognare di poterlo indossare. Lei non lavorava, lei non poteva permettersi regali costosi. Aveva cercato di renderlo felice regalandogli un libro, un libro che per quanto le era piaciuto, ormai parlava di lei. Le aveva regalato una chiave; il libro era la chiave per comprendere Clara.

    Ed è incredibile come certe volte un semplice regalo possa cambiare il destino di una persona, di due persone, di una coppia.

    Il laccio del lungo cappotto nero che Michele aveva pochi giorni prima regalato a Clara, per una incredibile coincidenza, mentre lei si alzava da quella roccia, si andò ad incastrare nell’angolo dove le due enormi pietre si incrociavano, tirandola verso il basso e facendole inevitabilmente perdere l’equilibrio. Cadde in acqua, nelle gelide e turbolente acque al di là del porto.

    A Michele sembrò di vedere tutta la scena al rallentatore: lei che con ampi gesti delle braccia cercava di tenersi in equilibrio; lei sospesa sulle onde; lei in acqua con una ferita dovuta al violento impatto tra il braccio e la roccia; lei che non riusciva a stare a galla, implorando il suo aiuto.

    Michele non capiva mai quando stava per succedergli; altre tre volte aveva subito quella trasformazione. La prima volta quando con la sua prima ragazza era stato aggredito dai teppisti. Ricordava ancora la faccia della ragazza quando i malintenzionati fuggirono. Ricordava ancora di aver avuto paura di se stesso.

    Ma si era abituato a quelle metamorfosi.

    Sentì il solito forte dolore al petto, prima di tutto, che lo fece piegare in due. Poi iniziarono a dolergli le braccia, che allungandosi e diventando rosse, arrivarono a toccare il suolo. Fu la volta delle gambe, che si unirono in un unico arto inferiore pinnato e rosso. Poi la testa che prese ad allungarsi e a crescere, crescere, così come la dentatura, divenuta spropositatamente grande, tanto che i denti, ormai aguzzi e gialli non fossero più contenuti dalle labbra.

    Quando il cambiamento fu completato si tuffò in acqua, sentendo il suo corpo caldo, bollente. Afferrò con le lunghissime braccia Clara ed iniziò velocemente a nuotare verso riva, tenendole la testa fuori dall’acqua, trascinandola rapidamente fino alla spiaggia lontana.

    Strisciò sulla sabbia fino a portarla all’asciutto, avvicinando il suo corpo caldissimo a quello di lei, infreddolito, congelato dalle raffiche di vento.

    Quando la paura mi sarà passata, allora tornerò normale pensò. Era sempre andata così, ogni volta che si era mutato in qualcosa di diverso, in qualcosa di terribilmente adatto a risolvere la situazione.

    Quando lui smise di guardare pensieroso il mare, si rese conto di come lei lo stesse osservando disgustata, di come arretrasse terrorizzata e tremante. Le parlò:

    «Sono io, devo recuperare la macchina fotografica, l’ho lasciata sugli scogli!» disse.

    Lei sembrava pietrificata. Non parlò. «Aspettami qua, torno subito».

    Lui si rituffò in acqua e senza mai voltarsi, nuotò fino agli scogli a recuperare la macchina fotografica. Solo a quel punto riuscì a tornare se stesso, e sorprendentemente asciutto.

    La trasformazione colpiva anche i suoi indumenti, che non si laceravano, non si rompevano, ma cambiavano con la sua pelle, riportandolo poi alla normalità in un attimo.

    Recuperò la macchina fotografica e tornò passeggiando verso la spiaggia, facendo foto. Era una bella giornata per fare foto, il vento era anche calato.

    Arrivato nel luogo dove aveva lasciato Clara non si meravigliò di non trovarla. Era la quarta volta che succedeva una cosa del genere, e mai prima aveva rivisto una delle ragazze che lo accompagnavano. Non ne fu triste. Camminò un po’ sulla spiaggia e qualche metro più avanti si imbatté nel cappotto nero, quello che gli era costato tanti soldi. Era inzuppato d’acqua e puzzava terribilmente di pesce. Lo prese. Gli era costato caro.

    Si fermò un attimo a osservare il mare, poi fece una foto al tramonto. Il sole finalmente aveva abdicato.

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

    tramonto2

    Quella notte in una stanza

    Cosa muove la mia mano?

    Cosa spinge verso l’assoluto il mio spirito, cresciuto talmente tanto da non somigliare nemmeno più a se stesso?

    Chi tiene assieme a me il coltello teso nell’aria, e velocemente mi accompagna nel irrimediabile gesto? Chi soccombe assieme alla vittima al martirio premeditato che si sta compiendo questa notte?

    Dubbi. Codardia. Questo mi rimane dopo tutto il meditare?

    Emozioni. Si loro sono la rovina di noi povere pedine di noi stessi. Emozioni, istinti. Cose animalesche dalle quali si guarda l’uomo saggio, il razionale.

    Avevo due me quando tutto ciò ha avuto inizio.

    Il primo, quello che mostravo alla gente, quello razionale e savio, quello colto e onorato, camminava per strada innamorato del pensare, del sognare, della calura umida dell’estate, così come dell’odore legnoso dell’inverno. Il primo quello che ingannato e tradito si vide togliere l’orgoglio tutto in un solo istante e senza alcun preavviso. Il primo, quello ormai da tempo sepolto, disoccupato, pensionato, abbandonato.

    Il secondo me invece, quello che è sopravvissuto, che è cresciuto, che si è ingigantito smisuratamente, come fuoriuscito dalla ferita aperta nel mio onore, quello guida le mie azioni e tiene in gabbia i miei tristi pensieri, che solo adesso si tolgono il bavaglio, adesso che è troppo tardi.

    L’io che ho tenuto nascosto, l’io che ho lasciato uscire solo con chi più amavo. L’io che ho conservato per i momenti di intimità, quando io solo scrivevo pagine e pagine bianche, macchiandole di inchiostro, di umana animalità.

    Due me stesso, eppure uno. Non anima e corpo, non mente e cuore. Mente e mente, divisi da un voler essere, da un voler apparire e un cercar di non essere, un voler conservare. Pudore assoluto dettato dal dominio del primo verso il secondo. Folle desiderio di giustizia, dettato dal secondo, una volta rinchiuso il primo.

    E allora cosa sono le emozioni? Oltre alla guida che ora mi tiene la mano pronta a scagliarla verso quel corpo?

    C’è ragione nelle emozioni, possiamo comandarle, gestirle, tenerle a bada? È amore che mi spinge? L’amore che mi è stato tolto? È odio forse, odio verso chi me lo ha tolto? Odio verso me stesso che l’ho perso, che me lo sono fatto togliere? Amore eccessivo verso il mio apparire, macchiato dagli altri? Disperazione non è, l’ho provata prima ancora di meditare questa notte, prima che si trasformasse in insoddisfazione. Ma questa nemmeno può essere, visto che mi ha solo portato a chiedermi perché. Tutto si risolve, tutti i sentimenti possono essere sintetizzati in Odio e Amore? Forse è alla base stessa della dicotomia precedente, quella tra il me razionale e il me impulsivo. Odio verso me, verso lei, verso lui, verso Dio. Amore per lei, amore per me. O forse è proprio il contrasto tra tutto ciò che ha generato la mia voglia estrema e irrimediabile di vendetta?

    Odio non poter più amare lei. Odio non amare le mattine assolate, le montagne innevate, la pioggia scrosciante e il gelo dell’inverno, il sole al tramonto, il calore della sabbia.

    Odio non amare me stesso, per quello che mi è stato fatto. Odio l’uomo, un po’ perché ne sono un esempio, perché sono così, ancora di più perché lei, lui ne sono una classe ben peggiore. E allora l’unico me che esiste in questo momento ucciderebbe chiunque possa solo ricordargli quel giorno incredibile, dove l’involucro della sua razionalità fu ferito, e lasciò sgorgare via tutte le emozioni.

    Ma io ci provo ancora ad usare il cervello, ci provo ancora a ragionare, a pensare a me stesso come essere umano intelligente, come non animale, come soggetto non guidato dall’istinto. Ci ho provato pensando all’assurdità del mio gesto. E sapete cosa mi sono detto? Codardo!

    La decisione è presa. Morissero entrambe, la ferita resterebbe, ma l’orgoglio smetterebbe forse di sanguinare. Morissero entrambe la fame del mio odio forse potrebbe placarsi. Morissi io, bene, cosa comporterebbe? Si esita a uccidere una mosca, una zanzara, uno scarafaggio? Un insetto qualunque, un animale se non gli si attribuisce fallosamente un’anima, se non lo si cura come un figlio, come un essere pensante? No. Chiunque preferirebbe salvare una vita umana piuttosto che uccidere un animale. Ebbene la mia parte umana vale la pena del gesto, vale il rischio della morte della mia parte animale.

    La luce è spenta. Penetra dagli infissi quella del lampione di sotto, andando a sbattere, frammentata in tanti piccoli quadratini, sul tappeto incolore sotto i miei piedi, sul tavolino di legno, sull’agenda chiusa poggiata sopra, sul divano un po’ più in la, sul quadro appeso sopra il divano, sulla porta aperta a metà alla sua destra, sulla grossa tenda che mi nasconde.

    Il coltello che stringo tra le mani è una pistola, efficace, non altrettanto silenziosa, sicura e più razionale, distaccata. Avrei voluto un coltello, ma sarebbe stato troppo complicato.

    Sento ogni tanto una macchina passare per la strada di sotto. Ogni volta il cuore mi sbatte forte, pensando che sia l’auto giusta.

    Ogni tanto sento dei passi e delle voci. Pioveva quando sono entrato, ma non ho lasciato tracce bagnate sulla mia strada.

    Sento le voci della gente che passeggia e immagino i tacchi che fanno tanto rumore sull’asfalto umido illuminato dalla luce di quello stesso lampione. Ancora silenzio.

    I miei occhi abituati all’oscurità vagano per la stanza cercando appigli per la mia razionalità che sta venendo fuori, tirata in ballo da non so cosa. Dubbi e domande insistenti che fuoriescono dalla mia gola senza fare rumore, non intaccando le corde vocali, ma solo la materia grigia, quella che mi rimane. E se non avessi mai smesso di ragionare? E se le emozioni fossero solo una accurata e ben detta bugia per ingannare l’unico me stesso che adesso mi sembra spezzato?

    Tutto si amplifica quando sento la chiave che entra nella serratura. La testa prende a girarmi. Chiudo un momento gli occhi e quando li riapro non gira più. Adesso c’è un po’ di luce che filtra dalla porta metà aperta. Sento passi nella casa. Due persone. Non parlano. Sento i cappotti, se li stanno togliendo.

    Adesso che c’è più luce riesco a vedere che quella che mi sembrava una agenda non è che una cornice capovolta, poggiata alla scrivania.

    Alzo la pistola e la punto verso la porta.

    Vedo un uomo passare nel corridoio appena fuori. Dopo un attimo torna indietro. Infila prima solo la mano sinistra, alla ricerca dell’interruttore. Non lo trova. Cresce l’ansia dentro di me, ma la mia mano è ferma.

    La sua sagoma occupa l’uscio. Adesso lo vedo bene. Accende la luce. Sparo.

    Sento lei gridare «che succede?» e camminare verso la stanza. La vedo attraverso la porta e sparo. Cade sul corpo di lui. Il sangue ancora non inonda il pavimento.

    Niente emozioni adesso. È tornata la mia parte razione. Pulisco velocemente la pistola e la lascio cadere sul divano. Sempre con il fazzoletto prendo la cornice, la guardo. Dentro c’è una loro foto. Mi ricordo di quando l’ho scattata. Si sono stato io quando non avrei mai detto che potesse andare a finire così. La rimetto a posto. Esco dalla stanza velocemente cercando di non toccare i corpi, prima che perdano troppo sangue e lasci inevitabilmente le mie impronta.

    Ha funzionato, la razionalità è tornata. È la paura che l’ha tirata fuori. Adesso c’è solo la paura. Niente odio né amore. Per quelli ci sarà tempo più avanti.

    Non sono pentito. Sono pronto ad assumere il controllo di me stesso e delle mie azioni. Rinato, esco dalla porta e me ne vado inosservato. Il delitto è compiuto. La vendetta è indescrivibilmente bella in questo momento.

    Odio non ne avverto più. Hanno pagato e non li odio. Non odio più me stesso perché adesso so chi sono. Torno ad amare. Lei non la avrò mai più, ma evidentemente non era lei che amavo così tanto…egoismo la più selvaggia delle caratteristiche, ma contemporaneamente quella che l’uomo solo può portare alla più estrema definizione.

    Ciò che distingue l’uomo dalla bestia, l’essere pensante da quello istintivo è la coscienza del proprio inguaribile, smisurato, pregnante egoismo.

     

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    Desertificazione

     

    «Perché non dici niente?»

    «Che devo dire? Non ho niente da dire» risponde immediatamente, con un sorriso.

    Non era sempre così tanto silenzioso Michele, ma ogni tanto, per il freddo, per i suoi umori, per non si sa bene cosa preferiva rimanere silenzioso e ascoltare le parole che gli vagavano intorno. Ascoltare e conoscere, ascoltare e ricordare, ascoltare senza dire niente, per non farsi capire. Certe volte aveva una gran voglia di non essere capito, certe volte voleva esprimersi in modo diverso; altre volte si chiedeva come mai non lo capissero. Era stato così, era diventato diverso, era ricambiato, e tutto in una notte.

    Il problema, e Michele lo sapeva benissimo, era la stanchezza di pensare. Pensare a cosa dire, aver voglia di dire qualcosa ma averne paura, allora a questo punto meglio stare zitto, meglio aspettare che qualcuno che non capisce domandi, meglio aspettare che la risposta a quel quesito insistente che sbatte contro le pareti del tuo cranio gli venga data senza proferire parola.

    Silenzio e ancora silenzio per non essere capito.

    Intorno al lui cosciente dell’ambiente in cui navigava il suo mutismo, due pareti vicine, un lampione con poca luce, tre ragazze, un ragazzo e aria fumosa. Erano nel vicolo da cinque minuti, parlando tra di loro, facendo divertenti quanto inutili conversazioni, conoscendosi meglio. Conoscendo meglio tutti, ma non Michele il silenzioso. Lui che ascolta e conosce, ma non apre le porte.

    Antonio stava fumando, Michela, la bionda amica di Giorgia, sembrava non voler mai smettere di dire stupidaggini; Francesca cercava di tenere il passo.

    Giorgia, rivolta a lui lo guardava sorridendo, cercando di capire, non capendo e chiedendo «Perché non dici niente?». La risposta la conoscete già e anche il perché.

    Michele continuava a guardarla nella penombra di quel vicolo, lampione alle sue spalle ad illuminarne appena il profilo; un po’ dietro il volto pieno di Antonio, immerso nel suo stesso fumo, la pelle ingiallita dalla luce. Come fosse la finestra di un computer, Michele ridusse a icona la conversazione che si stava tenendo alle spalle di Giulia, concentrando sulla ragazza tutta la sua attenzione.

    Lei continuava a guardarlo, sorridendo dolcemente, chiedendosi il perché.

    «è che…» continuò come sentendosi in dovere di dare una risposta più plausibile, ma poi pentendosene.

    «Non è niente, sono un po’ stanco» disse in fine.

    Ancora lei e il suo maledettissimo sorriso. Il giorno che Michele smetterà di avere paura di se stesso, di quel sorriso e di quello che avrebbe voluto dire, forse potrà continuare quella frase. «è che mi piace il tuo sorriso, è che sono stanco di ascoltare queste cazzate e vorrei portarti via; è che non parlo perché tu non ti aspetti che io dica qualcosa di troppo». No, queste frasi non le dirà mai, non le dirà perché non può dirle, perché è il suo bisogno di voler bene a dettargliele, è la necessità di affezionarsi che vorrebbe fargliele dire. Non le dirà perché semplicemente non è ancora il momento, perché ne ha paura. Perché anche se fossero spontanee, non sarebbero necessariamente vere.

    La guarda ancora negli occhi, assaporando il suo sorriso, le guarda la bocca, la bacia velocemente, quasi imbarazzato dalla presenza degli altri. «Sono stanco stasera, non te la prendere, ma ascolto quello che dite, continua a parlare non ti preoccupare». Questo lo dice davvero. Aspettandosi che lei lo faccia, si giri e continui a parlare, sperando che lei continui a chiederglielo, dimostrando che forse qualcosa di lui l’ha finalmente capita in quel mare di parole vaganti, in quel vicolo allagato dalle scemenze.

    E lei lo fa. Continua a pensare al suo silenzio. Sta volta il sorriso ha lasciato il posto ad uno sguardo più serio. Non serio, non severo, ma interessato, intuitivo, intelligente. Ha capito, pensa Michele. Spera Michele.

    Lei dice «vieni con me» e lo prende sotto braccio. Lo porta lontano dal vicolo, lo porta nella piazzetta. Li è aperto. Li c’è aria da respirare, li c’è silenzio.

    «Allora mi vuoi dire cosa c’è?».

    Adesso si, adesso potrebbe dire tutto quello che vuole. Adesso potrebbe esprimersi, potrebbe abbattere la paura grazie a quell’assist che Giulia ha appena fornito. Ci pensa. La bacia un’altra volta, un po’ meno velocemente. Le guarda gli occhi, che bel colore. Pensa.

    Osserva quei lineamenti che sta imparando a conoscere, osserva quei capelli, immaginando ancora un sorriso. Guarda le sopracciglia ben definite, guarda il naso, le guance, il volto, aspettando una reazione, un movimento, un tic, qualcosa da imprimere nella mente. Pensa.

    Sono vicini adesso, sono vicini in tutti i sensi e lui pensa. Lei aspetta. Lui pensa.

    Un passante distratto inciampa in una lattina lasciata per terra, il vento alza un foglio di carta. Lo sguardo di Giulia segue quel foglio e si riposa sugli occhi di Michele.

    Tace e la bacia ancora, questa volta a lungo, affondando tiepidamente in lei, nel freddo inverno nella piazza. Ancora silenzio.

    La serata è ormai finita. La sigaretta di Antonio fuma a terra mezza schiacciata. Le stronzate di Michela sembrano essere terminate per il momento. Francesca è andata già via. Michele e Antonio salutano le ragazze e guardano andar via anche loro. Le seguono con lo sguardo finché non girano l’angolo.

    «Beh, che dice la tua ragazza?» scherza Antonio.

    «Non è la mia ragazza» risponde freddamente Michele, nascondendo il piacere che gli fa sentir scherzare così Antonio. Sono seduti sulle stesse scale dove poco prima aveva baciato lei. «Andiamo?» propone Michele.

    «A dormire» risponde Antonio. Si incamminano.

    Non la vedrà l’indomani. Non la vedrà il giorno seguente. Non la vedrà per una settimana ancora, e poi un’altra. La incontrerà un giorno per strada salutandola distrattamente. L’ombra del suo sorriso ucciderà, in quella occasione, una parte di lui.

    Ma è giusto così, è una parte che ha deciso affogare nella paura, è una parte volutamente sacrificata al suo nuovo, arido, solitario, razionale, triste se.

     vicolo stretto

    La Spiaggia

     

    Non c’è spiegazione del perché Stefano si sia trovato a passare in quel posto in quel preciso istante, così come non c’è modo di quantificare le emozioni che quel attimo ha provocato in lui.

    Fosse accaduto un’ora prima forse non ci avrebbe nemmeno fatto caso. Un anno prima non ne parliamo nemmeno.

    Ma quel momento gli scatenò una tavolozza di colori contrastanti con i quali dipinse in un attimo svariate vite non vissute e centinaia di futuristici paesaggi che mai arriveranno.

    Precisamente nove minuti e ventotto secondi prima di passare accanto a quella spiaggia, Michele, il suo primogenito di quattordici mesi, aveva iniziato a lamentarsi, e in brevissimo tempo, quel lamento diventato pianto, aveva contagiato Ambra, sua moglie da tre anni, sua compagna da sette, la quale aveva immediatamente perso le staffe con il mondo, iniziando a rimescolare tutto il possibile, in un minestrone di rimproveri insopportabili e irritanti proprio per il loro cattivo tempismo. Ed ecco che nel momento culminante dell’anno più nero della sua vita, nell’attimo in cui la frustrazione per le delusioni sul lavoro, le delusioni sulla vita, le perdite, gli svaligiamenti e i furti, le lamentele e le discussioni di un anno, si dissolsero intorno a Stefano, isolandolo dalla realtà oggettiva della sua macchina in viaggio vicino a quella spiaggia, e proiettandolo in un mondo di passati che sarebbero stati possibili e futuri che non lo saranno mai più. Tutti meno uno, che delle infinite possibilità, aveva estratto dal cilindro.

    Passare davanti a quella spiaggia, proprio lei, aveva ravvivato i ricordi di quando tutto questo non sarebbe mai dovuto accadere; aveva acceso la voglia di cambiare un solo minuto della sua vita.

    Un minuto per non alzarsi dalla sabbia, per non andar via dopo un contatto rubato.

    Erano gli anni dell’università. Non la conosceva nemmeno Ambra.

    Erano gli anni quando il mare era pulito e ci si poteva fare il bagno. Erano gli anni in cui ogni pomeriggio d’agosto si cercava qualcosa da fare.

    Era il giorno in cui conobbe quella ragazza di cui nemmeno ricorda il nome. Era il giorno in cui se non si fosse alzato e andato via sarebbero potute succedere migliaia di altre cose.

    Il contatto sarebbe potuto continuare. Avrebbe potuto crescere e trasferirsi in un altro posto, avrebbe potuto generare qualcosa di psicologico. Avrebbe potuto non cambiare niente.

    Oppure avrebbe generato qualcosa di fisico che avrebbe costretto Stefano a qualcosa di brutto.

    Avrebbe potuto generare ricordi di una estate più bella del solito.

    Avrebbe ma non l’ha fatto. E allora sarà sempre l’attimo in cui si è alzato ed è andato via. E l’unico passato che ha scelto. Davanti a se ha solo la sua scelta.

    Il piccolo Michele continua a sbraitare. Anche la madre, Ambra. È solo sua madre ormai? È suo figlio quello che piange?

    Il futuro potrebbe essere in quella casa che ha affittato per ritrovare una pace che ha capito non troverà. Il futuro potrebbe essere l’incertezza di una separazione. E poi ricominciare da capo, ma senza le migliaia di possibilità che aveva nell’attimo in cui si è alzato su quella spiaggia ed è andato via.

    E allora le possibilità lo portano ad immaginarsi a pochi centimetri da quella parete di pietra, ad una velocità di circa novanta chilometri orari, con gli occhi chiusi, lasciando che non ci siano altri futuri, lasciando che non ci siano sofferenze per Ambra e Michele.

    Ma Michele piange e lui fa finta di non sentire niente. Forse non sente davvero.

    No quel muro non lo prenderà. È da codardi scappare dal proprio futuro. È da immaturi fuggire le responsabilità, rinnegare le proprie scelte. Infondo non potrà mai sapere se il suo presente è il migliore possibile.

    Superato il muro deciderà di andare avanti e arrivare a quella casa al mare, fare del suo meglio per salvare la sua scelta.

    Ma prima di superare il muro un ultimo sguardo a quella spiaggia Stefano lo vuole dare, almeno dallo specchietto, per rendersi conto del fatto che la sua vita è stata una scelta. Per ricordare il momento felice in cui poteva ancora scegliere.

    Si gira giusto in tempo per vedere il cane fermo al centro della carreggiata ed evitarlo, invadendo quella opposta, dove in quel momento passava il camion.

    Chiuse gli occhi e non ascoltò l’ultima lamentela di Ambra, l’ultimo pianto di Michele. Chiuse gli occhi. Che scelta ha avuto? 

    Immagine tempo

    È sveglio da troppo tempo.

    Si è alzato presto un po’ perché costretto da una indiscreta aspirapolvere un po’ perché il suo sadismo voleva che il giorno peggiore fosse più lungo degli altri.

    Bruciava la gola, bruciava mentre beveva a secco. Bruciava ma non come ora.

    La fitta allo stomaco lo aveva intontito nei primi minuti della mattinata. Non è mai colpa del alcool ma del essersi alzato presto. Adesso era sveglio da troppo tempo. In quella giornata erano successe troppe cose, ma nessuna importante.

    In quella lunga giornata aveva fatto di tutto per non pensare a niente. Ma la notte viene sempre a chiedere il tributo.

    Prima notte completamente sobrio. Lunga notte a pensare e pensare di pensare.

    La notte fresca e luminosa. Rigenerante e un po’ appiccicaticcia.

    La fuga della notte prima in una notte più calda era giustificata ma gli eventi che la avevano favorita no.

    Troppo tempo sveglio e nemmeno un arma per difendersi.

    Poco dopo essersi vestito e lavato ancora sonno e spossatezza. Il caldo si il caldo della sera prima.

    Il caldo della mattina e la fitta alla pancia.

    Confusione nella sua testa dopo tutto quel tempo sveglio. Giornata troppo lunga per capirci qualcosa. Giornata insignificante per capirci qualcosa.

    C’è silenzio nella notte fresca sobria e lunga. C’è silenzio nella testa.

    Far fare silenzio a quella maledetta ventola. Quanto calore che sputa.

    Ma la notte è lunga e può darsi che tra non molto lui decida di uscire fuori a godere di un maggior fresco. Ma fa paura. La notte fa paura. Il fatto di essere sobrio fa paura. La sua barriera funziona meglio con il caldo e le frasi allusive.

    Fermo immagine su di lui.

    Vestito con gli stessi panni della mattina. Occhi che calano. Su quella sedia dove si siede ogni mattina per prima cosa. Batte sui tasti. Fermo immagine sulla sua testa piena di informazioni inutili che si rifiuta di esprimere, di scrivere sul computer che ha davanti.

    Le sue orecchie percepiscono pochi rumori dalla finestra aperta.

    Poco più in la, fra i due organi sensoriali un bel po’ di campo aperto sulle proprie intenzioni.

    Immagine tempo di una persona che non vuole andare in giardino. Immagine spazio del giardino al buio che lo aspetta. Immagine temperatura del fresco del giardino e del caldo del computer che lo perseguita.

    Paura, immagine sensazione. Ha paura che qualcuno abbia preso troppo alla lettera i suoi desideri inespressi, qualcuno che quei desideri può ascoltarli. Ormai è tardi per cambiare idea, li ha espressi.

    Combatte ancora un po’ con la sensazione di non essere. Pensieri inutili i suoi perché infondo non esiste al di fuori della sua testa. Se è li è solo grazie ad una voce narrante che parla dalla sua testa. È l’unico a sapere di essere li. L’unico a possedere l’immagine di se stesso.

    Ha sonno e si può leggerlo sul suo volto.

    Giornata lunga, giornata lunga. Giornata vuota, serata pazza. Sta impazzendo. Scrive cose senza senso.

    Ha dato un pugno sul computer perché ha talmente sonno da non azzeccare una lettera.

    Gli brucia il piede. La gola no, un po’ più giù.

    La gola bruciava ieri sera.

    La testa girava. La testa brucia ora. Gli occhi bruciano per il sonno.

    Le mani si gonfiano. La testa girava. La testa gira un po’ anche adesso. È vuota.

    Scrive di volersi alzare ma non lo fa. Scrive di voler andare a dormire ma non lo fa. Sa che la sua testa è piena di fantasmi. Se spegne le luci gli escono dal naso.

    Se spegne le luci non lo fanno dormire. E lui ha sonno. Si abbandona allo scrivere a computer cercando il momento in cui l’automatismo dello scrivere lo faccia riposare. Gli impedisca di pensare.

    Scrive parole e parole. Nessun senso. Non ha alcun senso.

    Immagini e immagini tempo. Fermo immagine su quella persona che vuol fermare il tempo.

    Sta pensando che è il caso di smettere. La sera prima ha bevuto troppo. La sera fresca in cui scrive al computer, quella sera sobria, sarebbe stato meglio bersela. È il caso di smettere di pensare pensa.

    Pensa che è ora di smettere di lasciarsi trasportare dall’alcool che non beve, quello che è già dentro la sua testa, quello che brucia.

    Pensa che deve finirla con questa storia del preoccuparsi. Sta pensando che è meglio andare a dormire e lo scrive, ma non si muove.

    La giornata è stata snervante. Troppi pensieri per cercare di distrarsi. Non funzionano. Ora se spenge la luce i fantasmi vorranno sentire a quali conclusioni è arrivato.

    Ma non c’è un filo logico in quello che succede, in quello che fa in quello che vuole.

    Non c’è un filo logico e non c’è nessuna conclusione perché è solo un’immagine tempo.

    Non c’è trama, non c’è rischio di essere banali mai.

    Non c’è il rischio di essere capiti. Tranquillo davanti al computer sapendo di aver detto tutto e di non aver detto niente. Di aver pensato a tutto e di non averlo fatto bene. Di aver pensato a tutto ma senza pensare veramente. L’immagine tempo è così. Non è comprensibile se non dall’attore protagonista. Dalla persona che soffre il caldo al fresco della sera. Protagonista certo del racconto di se stesso davanti al computer, ma intimorito dall’essere semplice comparsa in qualsiasi altro racconto.

    Ma l’immagine tempo non è un racconto. È una immagine ferma, che cattura un attimo. In un attimo quanti pensieri si possono fare? Infiniti? Un pensiero ne racchiude un altro che è racchiuso in uno più profondo. Il nocciolo dov’è? Non c’è. Per questo l’immagine tempo è inconcludente e incomprensibile.

    E il tempo? È il tempo?

    C’è silenzio adesso. Il giardino lo attrae ma di più il letto.

    Il fantasma è ancora nella sua testa. Non uscirà dalle dita, non uscirà che dal naso.

    Ma non uscirà in giardino perché li si che sarebbe il fantasma di una gatta da pelare.

    Si i rimorsi da pelare neri come i gatti neri. Scappare era l’unica soluzione ma poteva evitare di farla diventare la sola alternativa.

    Scappare era stata una cosa saggia. Scappare quella mattina di corsa no. Se ne era pentito e ora pelava.

    Pelava la sua fuga sobria mattutina o primopomeridiana che fosse. Andava pelata per bene prima che si mettesse a miagolare dalla prigione di cemento in cui voleva seppellire tutti i motivi che lo avevano spinto prima ad affrontare  e poi a scappare. Sono solo scuse. Aveva trovato scuse tutto il pomeriggio. Che la gatta non riveli altre cose sepolte.

    La verità è che mettersi il pigiama e andare a letto e spegnere quella maledetta luce sarebbe voluto dire cercare di tornare indietro e non scappare ne ieri ne oggi. Sarebbe voluto dire rendersi conto di dover pelare veramente tanto.

    L’immagine tempo brucia. La sua immagine tempo è dilatata su quel foglio che ha davanti.

    Gira la testa, brucia la testa. Bruciano le mani e i piedi e i ricordi e lo stomaco bruciava la sera prima. Ed è il caso adesso di smettere con il bere e bere qualcosa. Sarebbe il caso di smettere di fumare anche se non ha mai fumato. Ma i fantasmi che escono dal suo naso sono come fumo che esce dai polmoni. Però passando per la testa. No non esiste nessun altro posto dove si esprima una immagine tempo. Nella testa e basta. Gli occhi non sanno nemmeno cos’è. Il cuore non esiste veramente. Il cuore, è divertente pensarlo, è della stessa pasta del tricipite, del bicipite e del polpaccio. È il caso di smettere di giocare a pallone se brucia il polpaccio. È il caso di smettere di giocare a pallone se bruciano i muscoli. È il caso di smettere di bere quando brucia.

    Fa caldo in quella serata fresca e senza senso. Alcun.

    Si alza dalla scrivania. Chiude il monitor senza far caso a niente. Si alza di nuovo. No, non si era seduto. Siamo fuori dall’immagine tempo. Nell’uscire ho avuto un dejà vu. Si alza ancora dalla scrivania. Il computer è spento. Non ha nemmeno salvato quello che stava scrivendo. Ora l’immagine è dinamica. Ora va verso il letto. Chiude prima la persiana. Poi spenge la luce finalmente. Al buio, ma non può tornare nell’immagine tempo. Ha paura si ma di sbattere contro un muro. Tentoni arriva al suo letto. Ci si siede. No. Prima deve mettersi il pigiama.

    E allora si alza dalla scrivania e chiude la finestra. Spegne computer e luci. Con il cellulare si fa strada al bagno. Ha dimenticato di prendere il pigiama. Torna in camera; spegne ancora il computer. Va verso il letto al buio e trova il pigiama sotto il cuscino.

    Si spoglia meccanicamente. Spegne il computer. Si mette il pigiama al buio. Si sdraia sul letto.

    Non dorme. Accende la luce. Ha dimenticato di spengere il computer.

    Avesse bevuto qualcosa almeno. C’è troppo alcool nella sua testa e troppo poco nel suo stomaco.

    Ha sete. Va a spegnere il computer. Le casse fanno un bel suono quando restano accese mentre si spenge la macchina. La ventola tace. Non sputa calore. La finestra ingoia aria fresca. Si risiede sul letto. Porta i piedi e si stente. Brucia un piede.

    Fresco. Si infila sotto il lenzuolo. Fresco. Perfetto. La luce. Deve spegnerla. Spegne il computer e resta al buio. Il cellulare. Un ultimo sguardo poi anche quel monitor inizia a svanire. Un fantasma appare. Di nuovo immagine tempo. Ma un altro tempo.

    Il tempo della notte. Una immagine tempo infinita. Talmente infinita che sembra non esistere. Ma è forte come immagine, brucia.

    Brucia il tempo. è mattina un’altra volta. Ancora un giorno trascorso. L’immagine tempo della mattina è spezzettata quando si sveglia centinaia di volte prima di trovare lucidità e tornare ubriaco senza bere. Allora la prima cosa che dovrebbe fare è bere un bicchiere. Ma non è un ubriacone. Si lo è ma non lo è davvero.

    Si alza ancora dal letto. Il computer è già acceso.

    Accende il computer e si risiede li. Rilegge la sua immagine tempo e inizia a perdere tempo.

    Sarà una giornata più breve la prossima. Dannata aspirapolvere.

    Distorto

    Distorto

     

    Ho cinquant’anni.

    Quanti anni ho veramente? Mia moglie di la sta sciacquando i piatti. Chiedo a lei nella mia testa quanti anni ho. Non sa rispondere che cinquanta. Ma quanti ne ho veramente?

    Il problema è, quanti ne ho vissuti? Quanti valgono la pena di essere ricordati? Quanti vanno cancellati? Quanti me ne sento sulle spalle?

    Ora qui davanti alla televisione mi sembra di averne cinquanta, uno più uno meno. Domani quando mi siederò davanti alla mia bella sudata scrivania, nel mio caldo ufficio, guardando dalla finestra il sole nascondersi dietro nubi autunnali, guardando le foglie gialle alzate dal vento danzare nel fresco mattino di ottobre, me ne sentirò ancora cinquanta? Mi sentirò più pesante?

    E quando domani, tornato a casa, dopo aver baciato distrattamente mia moglie e sgridato senza senso i ragazzi per colpe delle quali quante volte mi sono macchiato io, dopo essermi tolto quegli abiti pesanti ed aver incrociato per radio quella canzone vecchia, quella che mi ricorda di quando non avevo cinquant’anni, di quando avrei potuto non averli mai, quanti me ne sentirò in quel momento?

    Forse allora ho iniziato ad avere cinquanta anni, quel pomeriggio, quando ho deciso che la cosa più saggia da fare era sposare questa ragazza che oggi lava i piatti di là. Forse in quel momento, di fronte ad una possibilità, di fronte a due paure, ho scelto di avere cinquant’anni. Perché quel giorno quando davanti a me c’era un bivio, o forse un trivio, ora non ricordo più bene quante strade avessi davanti agli occhi, quel giorno io sceglievo una via dove i miei cinquant’anni erano già chiari così come lo sono oggi! E se la vita mi avesse spinto in un’altra direzione, mi chiedo. Se ora avessi ancora diciotto anni?

    Ma ho diciotto anni. Mi sveglio dall’incubo. Stavo sognando di averne cinquanta. Sono in camera mia. Potranno essere le dodici. Mi alzo tardi. È domenica. Penso nel letto per un po’, al buio, ascoltando fuori dalla finestra il vento che soffia, la pioggia che cade strapazzata dalle raffiche. Il freddo cerca di penetrare la barriera del piumone. Il freddo ha cercato di penetrare nella mia mente stanotte. Quanti anni ho? Diciotto o cinquanta. Non lo so più. Ieri sera la vita mi spingeva verso i cinquanta. Oggi mi spinge ai diciotto. Cosa voglio? Quanti anni voglio avere?

    Come posso evitare di decidere di decidere qualcosa? Come si fa sapere quale sia il nostro futuro, in modo da evitarlo?

    Ieri sera ero con lei. Seduti uno affianco all’altra. Mi parlava. Diceva un sacco di cose. Ma niente, niente che mi facesse pensare a domani, a ieri. Oggi sono a letto e ci penso. E penso che forse ho ancora diciotto anni. Che non so cosa farò quando il liceo finirà, quando dovrò iniziare l’università. Non so nemmeno se parlerò con lei almeno un’altra volta. Ma ieri sera ho solo parlato. Niente più. Ho deciso di averne cinquanta ieri sera. Devo cambiare la mia scelta.

    Ma non ne ho diciotto, mi sto sbagliando. Ne ho venticinque. Ho finito già l’università. Mi sono laureato a gennaio. È primavera adesso e sento nell’aria il profumo dei fiori. La casa della mia vicina è piena di gelsomini e hanno un odore fortissimo. Mi piace quando di giorno passo davanti al suo cancello, con il caldo che amplifica l’odore e la sua dolcezza.

    Ho venticinque anni e sono solo come un cane. Cosa voglio? Voglio una donna, una ragazza, un futuro che adesso mi scappa. Non voglio una scelta. Sono solo da troppo tempo. mi basta qualcuno che mi voglia bene, qualcuna che si innamori di me e che mi sopporti, finché non avrò cinquant’anni e ripenserò che a ventitre avevo una scelta. Ma io voglio che arrivino subito i miei cinquant’anni. Voglio averli domani. Voglio trovare un lavoro, una donna, una moglie, un futuro, perché non posso vivere senza un futuro. Non è giusto nei confronti del mio presente!

    Adesso è notte e sono seduto sul balcone a guardare fuori la strada povera di macchine. Qualcuna passa ogni tanto, illuminando i gelsomini della signora affianco, ma per lo più sto al silenzio e al buio a sognare un futuro. Quanti anni mi servono per realizzare qualcosa? Per far si che questa mia vita senza alcun senso ne acquisti uno. Per far si che non debba passare tutte le notti seduto sul balcone a guardare le macchine e a chiedermi quanti anni ho.

    Non venticinque, non cinquanta, non diciotto. Non voglio avere anni.

    Il tempo mi corre dietro e proprio non voglio sapere quanti anni ho. Nemmeno festeggerò questo mio compleanno. Fa caldo. Sono sulla spiaggia sdraiato a guardare il cielo, o il mare non so.

    C’è gente intorno a me. C’è tanta gente che non conosco. Conosco qualcuno? Conosco me stesso se non so nemmeno quanti anni ho? Quanti ne avrò domani?

    Sono qui e penso. Penso di averne venticinque e di ricordare quel sogno fatto a diciotto.

    Guardo le onde e le stelle senza saper scegliere.

    No non voglio sapere chi sono e quanti anni ho. Voglio in questo momento che qualcuno si sieda affianco a me e mi parli. Che qualcuno mi conosca prima che l’io di oggi lasci il posto a quello di domani. Voglio conoscere qualcuno, voglio dimenticarmi di averlo conosciuto.

    Voglio che pensino che sia fatto così e si rendano conto del loro errore. Ma io come sono? Come voglio essere?

    Sento ripetitive le onde infrangersi sulla spiaggia. Vedo lo spazio stretto tra due stelle e lo immagino infinito. Il sapore della salsedine. Lo sento mentre penso a quanto mi affascini guardare il cielo.

    Il tempo è poco. Mi corre dietro. Ho paura di domani se ci penso. Meglio pensare ad adesso. Ho paura di ricordare ieri. Il mio unico desiderio è dimostrare che non sia già tutto pronto per i miei cinquant’anni. Non voglio sapere cosa fare a settembre. Non voglio pensare a quando su questa spiaggia tornerò da solo, con in mano il mio futuro ben confezionato. Non voglio pensare a quella parte scomoda di me che vuol prendere il sopravvento. L’io di domani, quando questa gente che nemmeno conosco sarà da un'altra parte, vuole marchiarmi, affibbiarmi un futuro che è troppo mio, che è più mio di questa notte a guardare le stelle, o forse il mare, aspettando che qualcuno venga a salvarmi da me stesso.

    Il saluto.

     

    Il saluto

     

    Mentre il sole all’orizzonte si inabissava dietro quella placida e piatta distesa azzurra davanti ai suoi occhi, lasciando, a testimoniare la sua presenza, una cascata verticale di rosati raggi, che da un di là lontano e sconosciuto partivano, salendo velocemente fino ad infrangersi contro una nube isolata, trasformando quella bianca interferenza persa nell’azzurro sfumato del tramonto, in uno spettacolare batuffolo, roseo da un lato e candido dall’altro, circondato da sempre più percettibili flussi luminosi, che si andavano poi perdendo nell’infinità del cielo sopra la sua testa, nell’attimo in cui tutto ciò succedeva, Andrea non riusciva a smettere di lavorare all’interno della sua testa.

    Era indaffarato nel reprimere una insensata e stupida esplosione di manifestazioni dei propri sentimenti, che alla vista di quello spettacolo, tante volte osservato durante l’estate appena trascorsa, cercavano di fuoriuscire sotto forma di salatissime dolci gocce dai suoi occhi castani.

    Cercava di incastrare quelle lacrime pesanti in un equilibrio instabile di futuri probabili se non possibili e di un presente che sempre più lo spingeva verso il passato. In questa giostra di tempi era orchestrato il tentativo del ragazzo di non piangere, di non lasciar intendere al mondo quel qualcosa di incomprensibile che bruciava gli occhi e opprimeva la gola, di non dimostrare, una volta ancora, la sua capacità di provare dei sentimenti come le persone normali, la sua capacità di essere freddo nei momenti importanti, di essere insensibile ad alcuni imponenti simulacri della sua felicità perduta.

    Ma ora che anche gli ultimi raggi di quella infinita e splendida cascata iniziavano a ritirarsi in quel luogo ideale dove ogni notte il sole si nasconde a riprendere forze per scaldare ancora un giorno le vicende degli uomini che vivevano quella estate, per ricordare ancora una volta ad Andrea, l’indomani, tutti i tramonti osservati durante l’agosto, ora che la sera fresca di settembre chiedeva permesso e si metteva comoda al suo posto, ora una goccia non riusciva più a trattenerla, e il respiro, sempre più pesante, tradiva l’enorme massa di emozioni che proliferavano nella gola del solitario ragazzo seduto in spiaggia.

    Ma come fa, si chiedeva Andrea, il passato ad essere sempre così più rassicurante del futuro, come fa ad essere tanto più attraente del presente.

    La voglia era quella di tornare indietro, di rivivere tutto allo stesso modo, senza cambiare una virgola, rifacendo errori e rivivendo le brutte esperienze, ma osservando ancora una volta quei quaranta tramonti. Avrebbe potuto annegare in quelle emozioni, lasciare che le lacrime lo inondassero, lasciandosi andare alla deriva in quel passato che tanto gli aveva dato, dimenticandosi per un attimo il presente che gli aveva tolto tutto.

    La sabbia sotto di lui si raffreddava lentamente, al suono delle piccole onde che la accarezzavano. Le persone dietro di lui che stavano abbandonando la spiaggia silenziose, a loro volta lasciavano qualcosa in quell’ultimo inesorabile tramonto. Dal bar arrivava ancora una volta la musica che aveva accompagnato la sua storia recente, dalla battigia proveniva invece l’odore di salsedine che aveva portato sulla pelle.

    Erano centinaia i ricordi e altrettante le emozioni a loro collegate. Centinaia come i gesti che si possono fare in una giornata, le musiche e gli odori che si sentono in una stagione calda come quella, i colori che si vedono, le frasi che si dicono.

    Ogni singolo istante degli ultimi mesi Andrea lo voleva imprimere nella propria memoria così fortemente da poterlo rivivere quando solo per un attimo un oggetto, un suono, un odore o una frase gli avessero spalancato la porta del passato. Era quello il regalo più bello che custodiva, i propri ricordi. E non c’erano illusioni, non sarebbe mai tornato niente di tutto ciò, il futuro non era all’altezza del compito che il ragazzo seduto in spiaggia voleva assegnargli. Il futuro non avrebbe mai consolato Andrea prima che si fosse trasformato a sua volta in passato. Il presente, quella lotta intima tra Andrea e il proprio corpo, trasformandosi ogni istante in passato, acquisiva piano piano la sua importanza, andando ad accumulare ancora suoni e odori, sensazioni a quella massa intricata si era formata.

    Una voce lontana spazzò via tutto in un attimo.

    Andrea si alzò scrollandosi di dosso la sabbia, asciugandosi quella lacrima fuggita al suo regime di introspezione. Pochi passi verso il mare per sciacquarsi la faccia e cancellare i segni della feroce battaglia, un respiro profondo per inghiottire quell’ostacolo che aveva in gola. Tempo per ripensarci ne avrebbe avuto tanto, la sera, al buio nel suo letto; tempo per essere debole e concedere spazio alle proprie emozioni. Aspettava avidamente quel momento, per potersi lasciare andare nei ricordi, per poter finalmente scartare quei regali.

    Si voltò felice e corse verso la macchina carica di bagagli che lo aspettava in strada, vicino al bar.

    -Possiamo andare- disse agli amici, mentre si sedeva colpevole di aver pianto, sul sedile posteriore della vettura, chiudendo lo sportello e concedendosi un ultimo rapido, doloroso sguardo al paesaggio, tanto per imprimere meglio il ricordo, per non lasciare li qualcuno di quei regali che aveva ricevuto quell’estate.

    E poi via, a vedere il futuro passare sotto un rullo e trasformarsi ancora in passato. Infondo, pensava Andrea, qual è lo scopo della vita se non quello di collezionare ricordi?

    Andata e ritorno

    “Andata e ritorno”

    un racconto erasmus di Alessandro Maisto

     

     

    Quanti modi ci sono per raccontare la mia esperienza?

    Potrei dire semplicemente: sono partito, ho vissuto in Spagna, sono tornato.

    Potrei arrampicarmi in sofisticate descrizioni dei luoghi magici che mi hanno ospitato.

    Potrei scrivere pagine e pagine raccontando l’avventura del viaggio; viaggio per giungere nella città dove ho vissuto; viaggio per andare a cercare i luoghi più belli, quei luoghi che non puoi rischiare di non aver visto.

    Potrei anche dilungarmi nella stesura di una accurata guida turistica della zona addicendo locali, usanze, luoghi, feste e manifestazioni.

    Potrei, ma non voglio.

    Il problema non sta tanto nell’incomprensibile quanto irritante difficoltà di scrittura che mi attanaglia da qualche tempo, ma piuttosto nel preciso e determinato motivo che qualunque cosa possa dire, per quanto io possa essere bravo a descrivere i luoghi, gli eventi, la vita di questo paese, mai e poi mai sarò in grado di raccontarvi cos’è stata questa esperienza.

    Sembra facile retorica la mia… certo, ora non puoi, non sai, e fai finta di non volere! Eppure è così; l’inutilità di scrivere qualcosa che nessuno potrà comprendere fino in fondo mi lascia senza parole.

    Appunto per questo voglio raccontare questo mio disagio.

    Sono tornato dalla Spagna il 5 luglio. Avevo voglia di tornare a casa, non ce la facevo più a stare li; non pensavo ormai ad altro che al mio ritorno da almeno una settimana, se non di più.

    A casa sono stato contento di essere tornato, non mi sono per niente pentito di aver concluso nel più breve termine possibile la mia avventura spagnola, nemmeno per un attimo ho pensato di voler tornare indietro. Nemmeno per un attimo per il primo mese all’incirca.

    Ma iniziamo con lo spiegare prima di tutto cosa ha determinato questa mia voglia di tornare a casa: la situazione.

    Sei partito, sei in erasmus, all’inizio non ci fai quasi caso, sembra quasi che tutto sia assolutamente normale. Continui a pensare tra te e te: sono partito, è fatta. Ma non te ne convinci. Poi il tempo passa e inizi a capire. Torni in Italia per Pasqua e ti rendi finalmente conto. Al tuo ritorno in Spagna una atroce rivelazione: TI-DEVI-DIVERTIRE.

    Atroce dicevo e terribile come una mitragliata alle gambe. Già, perché sovviene la paura di non divertirsi abbastanza, la paura di tornare a casa con un manico di spugna (come somiglia alla parola Spagna).

    Questa tremenda consapevolezza può avere due effetti: il primo ti sblocca, ti disinibisce completamente, ti spinge e ti sprona a fare tutto quello che puoi; il secondo invece ti paralizza, blocca le tue azioni in un vortice di “cosa devo fare per divertirmi veramente?”.

    Due momenti che mi hanno attraversato, nell’ordine giusto anche, ma che hanno visto in me povere e pallide reazioni.

    All’inizio, ok, “cosa devo fare”; bene, come al solito sei riuscito a sprecare l’ennesia occasione di vittoria. Cosa devi fare per divertirti veramente? Devi “fare esperienze”. Andare a ballare? Vivere le feste? Parlare spagnolo? Andare a vedere i luoghi sacri della penisola iberica? Ma no signori miei, il mio cervello piccolo e malato mi portava a un tipo di ragionamento che funzionava come una gettata di cemento sulla mia voglia di vivere: vivi in una inutile e circoscritta realtà, che al di fuori di questi sei mesi non continuerà. Cosa c’è di strano, vi starete chiedendo.

    Ebbene non mi conoscete, quindi accetterò di rispondere alla vostra domanda. Io sono una persona che fa progetti il più delle volte a lungo termine. Mi piace guardare avanti con il cannocchiale. Ebbene cosa mai poteva pensare fosse indispensabile il mio cervelletto per affrontare una sana e corretta vita erasmus? Una donna, una ragazza, un qualcosa che però non mi andava poi di perdere da un giorno all’altro. E così cemento sui miei piedi. Mi sono andato a ficcare nella solita situazione del cavolo.

    Allora ecco che i giorni passavano e le occasioni di divertirsi divenivano sempre di meno. La partenza diventava vicina e la vedevi come l’unica via di scampo.

    Però (c’è sempre un però in questi casi, benché la mia non sia una bella storia allegra e a lieto fine come le altre che vi invieranno); però dicevo, qualcosa è intervenuto. L’unica salvezza della razza umana, ciò che ci distingue definitivamente dagli animali, ciò che di più lontano si possa immaginare dal concetto stesso di attrazione fisica, di attrazione sessuale: l’amicizia.

    Già perché lei mi ha già salvato più e più volte dai miei fantasmi sentimentali per così chiamarli. E quindi il me stesso che lottava per tornare a casa e che sembrava aver deciso di vivere passivamente i pochi giorni rimasti, è maturato in qualcosa di diverso. L’anatroccolo è diventato un anatroccolo più intelligente(non un cigno, no, mi dispiace). E devo dire “si, ho recuperato qualcosa”.

    La mia più grande sorpresa è stata quella del mio essere combattuto tra la voglia di tornare a casa e quella di restare. Combattuto ma solo in parte. Perché ciò che io ritenevo dover fare per poter definitivamente dire di aver vissuto un buon erasmus non l’avevo fatto!

    Così il ritorno a casa è stato piacevole.

    Eppure ora mi sta succedendo qualcosa.

    Ora riesco a sentire qualcosa dentro di me ogni volta che una frase di un libro, una nota, un film, una situazione, una battuta, una qualunque insignificante cosa mi ricorda un solo momento bello, brutto o tremendo di quei sei interminabili e bellissimi mesi.

    Quel mio essere combattuto si è trasformato nel volere a tutti i costi rivivere una esperienza tramite foto, o meglio, parlando con chi c’era, lasciando che fiumi di parole inondino le loro orecchie e raccontino loro della mia nostalgia, del mio ripensamento, del perché, di un perché che non mi è ben chiaro.

    Non è la solita situazione in cui il passato lo ricordi con piacere solo perché è passato. No, non dopo tre mesi. Potrei capire che accada dopo un anno, ma non così presto.

    Non è nemmeno colpa dei miei amici, della mia vita di qui, che io so essermi preziosa, che so non poter cambiare con nessun altra.

    E allora mi manca quel soggiorno, quella televisione, quella scrivania e la bicicletta, mi manca l’odore che c’era nell’aria quando andavo nelle campagne a pensare, da solo; mi mancano le mattonelle dei marciapiedi, mi mancano le cucarachas, mi manca quel bar, mi manca quella fetta di carne e mi manca quel tavolino piccolo e inutile; mi manca lo stanzino dove tenevamo i computer per recepire una connessione ad internet, mi manca come mi mancava il posto dove oggi sento questa mancanza; mi manca il ponte, l’università, casa dei ragazzi, il loro divano, la loro televisione, la mia playstation, che a casa mia non si assomiglia più. Mi manca il carrefour e il fare la spesa, mi manca l’internet point e il barbiere da cui sono andato una volta sola. Mi manca l’ascensore, il portone, le chiavi che lo aprivano; mi mancano i pullman e le strade, gli alberi, i campetti di calcio. Ma ne posso fare a meno. Sento dentro di me che posso farne a meno, che posso dire sinceramente di poter vivere senza tutte queste cose, senza questi ricordi che per lo più sono di contorno, superflui. Per una volta ne sono sicuro. Si, mi mancano, ma non per il loro essere se stessi.

    Il soggiorno non sarebbe lo stesso senza le persone con cui passavo le notti a chiacchierare o a vedere film. La bicicletta non sarebbe la stessa senza il desiderio di andarci insieme a lei. Non si somiglierebbe quell’odore se non andassi in campagna per pensare a lei, immaginandomela accanto. Nemmeno le cucarachas mi mancherebbero, perché nessuno ne sarebbe così terrorizzato. Non mi mancherebbe tanto quel bar se non ci fossi andato con i miei amici. Il tavolino che ha ospitato tanta gente a pranzo, italiani, stranieri. La mia scrivania che veniva usata quando la gente era troppa. La cosiddetta “vucciria” stanzino angusto dove stavamo in tre, computer in grembo a parlare tramite internet con casa o a chattare tra di noi, a pochi centimetri di distanza. Sentire quella mancanza di casa non sarebbe paragonabile al modo in cui l’ho sentita quando c’erano tutti loro. La casa dei ragazzi, dove ho passato interminabili nottate a giocare con loro è solo una prigione di pareti senza quelle persone. La spesa la facevamo tutti insieme, con tre carrelli e spesso era lì l’appuntamento con gli altri, al bancone del pane. Cosa sarebbe stata questa esperienza senza le persone che ora vorrei avere ancora qui accanto a me. persone che non saranno nemmeno loro più le stesse forse a causa della situazione cambiata.

    E allora è tutto un inganno, è davvero quell’isola che ho sospettato che fosse. Non esiste niente di quello che c’era li, nella mia Spagna, qui in Italia. Non c’è nemmeno la parvenza. Tornassi indietro non basterebbe. Riavessi qui quelle persone, non basterebbe nemmeno quello. E non parlo solo delle persone che fanno da protagonisti a quei ricordi, tanti e non sempre belli; ma parlo anche delle persone che ho odiato, che ho evitato, che ho solo conosciuto e che magari mi erano solo simpatiche. È un isola, un insieme chiuso, un mondo piccolo che non potrò mai sperare di riavere così com’era. Forse è per questo che già ne sento la mancanza. Forse è per questo che quasi nulla mi mancherà in questo modo.

    E ancora mi vengono in mente le scene del viaggio verso la mia città, quella che mi ha ospitato sei mesi; e mi viene in mente come tutto fosse ancora una sorta di sogno, come non conoscessi quelle persone, come le immaginavo e come si sono rivelate. Mi viene in mente quella prima notte in albergo, come loro pensavano che io fossi e come mi sono rivelato poi. E tutte quelle stronzate che ho detto e tutte quelle cose stupide che ho pensato. Tutto fa parte di un mondo che non posso trasmettervi, ma non per una mia mancanza, bensì per una vostra. Perché voi non c’eravate, perché non eravate protagonisti ne cooprotagonisti e nemmeno comparse. Si è un trionfo dell’egocentrismo questo viaggio, questa esperienza e voglio che resti così perché ne sono diventato profondamente geloso. E me ne vanto, lo faccio in continuazione ogni scusa è buona per parlarne con qualcuno. Ogni tanto lo ricordo anche con le persone che erano con me, quelle con cui ho un po’ dovuto ricominciare da capo quando sono tornato in Italia.

    E per ultimo ricordo il giorno del mio definitivo ritorno a casa.

    Desideravo tornare. Non ne stavo nella pelle. Eppure quella notte non dormivo, ricordavo, pensavo a quello che avevo perso e mi ripetevo, “fa tesoro di quello che hai guadagnato”. Che fine aveva fatto allora la paura di non divertirsi, la paura di non assolvere a dei compiti che sembrano essere doveri per chi parte? Scomparsa. Semplicemente mi rendevo conto di non aver guadagnato niente, di come abbia perso tutto in un breve volo di aereo, in un ultimo abbraccio prima di salutarci definitivamente; nel mettere quella valigia nel portabagagli e nel andarmene contento in autostrada verso casa, finalmente casa.

    Questo non è un diario del mio erasmus, non è un racconto a lieto fine e nemmeno un testo teatrale come avrete palesemente notato. Questo è un po’ un mio sfogo, un po’ un tentativo di dare un senso a un qualcosa che ho dentro, un po’ un modo per ricominciare a scrivere. Questo è un messaggio, una lettera a me stesso. Non pretendo di potervi dare anche un solo spicchio di quelle emozioni, non pretendo che voi capiate cosa è stato per me. Nemmeno io probabilmente l’ho capito.

    Ecco:

    questa è una tomba, o meglio un epitaffio, un sarcofago entro il quale sto cercando di rinchiudere il mio stato d’animo. Lo regalo a voi, prendetelo, leggetelo e fatevelo piacere, perché meglio di così non so raccontarvelo il mio erasmus.

     

    Alessandro Maisto

    Il volo - racconto

    Il volo

     

    «Sono stanco stasera, non riesco a concentrarmi né a riflettere».

    «Sei nervoso con me?».

    «No, per nulla. Non è tua la colpa».

    «Allora perché menti?».

    «Non ho intenzione di mentirti, cosa te lo fa pensare?».

    «Tu, il tuo sguardo, la tua presunta stanchezza…».

    «Scusa, credo che abbia ragione tu. Ho esagerato. Bene, di che parliamo stasera papà?».

    «Stasera credo che tu abbia voglia di parlare di me».

    Era buio. Era il suo buio, nessuno avrebbe mai potuto invadere quel grande niente che ormai apparteneva solo a lui. Forse era quel grande buco dentro che lo rendeva così padrone del nero senza luce della stanza. Quel grande nulla che si era formato nella sua infanzia che lo costringeva a considerarlo suo di diritto. Quel buio misterioso dove si riaprivano vecchie ferite e dove poteva lasciarsi volare. Ma  non volava mai solo.

     «Hai ragione, mi hai letto nel pensiero, è di te che voglio parlare!».

    «Non abbiamo mai affrontato l’argomento, ma credo che sia questo il momento più adatto. Ora sei pronto a conoscere le mie motivazioni.».

    «Forse lo ero già da tempo. Sono contento però che te ne sia finalmente reso conto.».

    «Ed io sarò contento di parlartene. Forse è vero, ti ho sottovalutato, ma dimmi, non sei tu stesso che continui a sottovalutarti?».

    «Non so, forse hai ancora ragione tu. Come fa ad essere così giusto?».

    «Solo con te posso essere così. Sai bene che da giovane ho compiuto molti errori. Il più grave è stato forse quello di lasciare tua madre.».

    «Ricordati che hai lasciato anche me papà. La mamma ha sofferto tanto, si, ma anche io. Certe volte penso al passato, stavamo così bene insieme. Perché sei andato via?».

    «Questo lo sai benissimo. Sai bene che all’ora non ero saggio e neanche onesto.».

    «Quanto volte ho pensato a te, a noi. Sono rimasto solo.».

    «Credi che a me non sia dispiaciuto lasciare te? Lasciare la mamma? Solo ora mi rendo conto del mio errore.».

    «Papà, ti voglio bene. te ne ho sempre voluto, ma ti odio. Ti odio per quello che mi hai fatto; colpa tua o no, ti odio.».

    «Lo so, e mi dispiace. Anche io avrei voluto stare con te più tempo, purtroppo avevo un’amante esigente con la quale scappare. E credimi… non immaginerai mai quanto abbia rimpianto la mia scelta.».

    «Invece posso, ricordi? Siamo uguali noi due. E poi come mai hai deciso di venire a volare con me?».

    «Ti ho spiegato che la mia amante dopo avermi sedotto mi ha abbandonato… sai, sono rimasto solo, tu sei tutto quello che mi rimane.»

    «Ti ammiravo papà. Con te sono crollate tutte le mie aspirazioni. Certe volte mi sento un buono a nulla, un pazzo.».

    «Forse lo sei davvero?».

    «Hai ragione, lo sono, ma è tutta colpa tua.».

    «Riguardo questo hai ragione.».

    «Avanti, cosa puoi dirmi di te?».

    «Io ti ho detto tutto. Ho ammesso le mie colpe. Ora tocca a te parlare di me».

    «Ma chiedi l’impossibile!».

    «Non è vero e lo sai.».

    «Non so cosa dirti!».

    «Allora forse ho accelerato troppo i tempi…».

    «NO!… sei un uomo! Un padre! Un amico! Un confidente! Un paradosso! Una utopia! Un sogno!».

    «Sono tutto e non sono nulla. Sono una parte di te, sono colui che reclama il buio. Sono la tua Coscienza.».

    «Sei la mia pazzia!».

    «Sono la tua pazzia.».

    «Sei un’ossessione?».

    «Sono morto.»

    Fu in quel momento che il cielo azzurro dentro il quale nuotava scomparve; lasciando spazio ad una stanza buia, ad un letto e ad un interruttore. Alzò la mano scarna ed accese la luce. Era solo, seduto sul letto. Pensò a se stesso, pensò a suo padre, pensò a quell’ospedale, ebbe paura. Si portò con la mente a quell’odiato, ripudiato e dimenticato giorno, quando vide sua madre posare un fiore dentro quella tomba. Rivide il coperchio di legno chiudersi e fu finalmente capace di lasciarsi alle spalle quella vita mai vissuta, quell’ideale, quell’uomo che lo lacerava da vent’anni. Si alzò in piedi, aveva le gambe intorpidite e addormentate. Non riusciva a ricordare l’ultima volta che si era sentito così libero. Non era più costretto da quella prigione che si era costruito da solo: il buio. Uscì dalla stanza, spense la luce ed iniziò a correre. La sua vita iniziava ora. Correre; Vivere.

    morte e silenzio - racconto

     

    pubblicato in seguito al concorso scrivere giovane nel 2003.

     

    Morte e silenzio

    (Quattro amici)

    Un impercettibile attimo dopo l’impatto un’infinita serie di cerchi andò nascendo intorno al luogo dell’incidente e man mano, uno ad uno, allargandosi fino a schiantarsi silenziosamente contro le pietrose rive tutt’intorno. Ci fu ancora un altro impatto e continuarono a susseguirsi cerchi crescenti di diverse velocità e sempre diverse cadute.

    Pioveva e la pozzanghera si stava espandendo.

    Improvvisamente le gocce cessarono di scendere e il laghetto che nell’asfalto si era venuto a creare visse qualche attimo di pace. Le sue dimensioni si stabilizzarono e flemmaticamente andarono a diminuire sotto l’assetato sole che rideva impassibilmente e insensibilmente alle disgrazie umane.

    Tutto il silenzio fatto di fruscii e cinguettii fu interrotto dal lontano ronzio di un motore. Velocemente cresceva l’intensità e quel suono innocuo si fece sempre più rombo devastante, finché comparve all’orizzonte la grossa automobile nera, lucente sotto l’azzurra volta celeste. La pozzanghera vedeva avvicinarsi la sua incauta sciagura e tutto ad un tratto, lì dove centinaia di gocce avevano riempito, una sola immensa ruota aveva svuotato.

    L’auto sobbalzò e gli schizzi arrivarono fino al parafango; frenò un momento e continuò la sua corsa.

    La natura la guardava severamente.

    Silenzio all’interno della macchina. C’erano quattro persone.

    Al posto di guida sedeva un uomo cupo, con grossi occhiali rifrangenti, una tuta ed un berretto verde militare. Affianco c’era un altissimo africano senza l’ombra di un capello, scheletricamente magro, coperto di croste.

    Dietro, oltre all’affascinante donna vestita di nero che gli teneva la mano, stava un pover’uomo, il cui viso, deturpato da decine di pustole rosse, ricordava vagamente quello di un essere umano. Era avvolto in una coperta scura, a quadri scozzesi. Tremava.

    Un finestrino era aperto e i lunghi biondi capelli della donna sventolavano qua e la ricadendo contro il cupo colore della sua giacca. Il nero seduto davanti si voltò lentamente a guardarla e sorrise pigramente, con difficoltà. Lei a sua volta alzò lo sguardo verso lo specchietto che rifletteva gli imperscrutabili occhiali del conducente.

    Corse lungo l’irregolare fondo stradale l’auto e si fece sempre più vicina alle immense montagne che si stagliavano contro il cielo turchino. Il bianco delle loro cime si confondeva col colore di una nuvoletta che solitaria vagava per i campi celesti. Tutto intorno alla strada, verdi prati e alberi poveri.

    Dopo che il sole ebbe compiuto metà del suo tragitto, i quattro viaggiatori girarono verso gli alti monti.

    Si trovarono costretti a fermarsi li per la notte, poiché il grosso tunnel che gli era dinanzi, antica tana di interminabili vermi luccicanti di automobili, che una volta conduceva alla grande città, era crollato. Attesero placidamente in cerchio che il sole andasse a nascondersi dietro la montagna, intimidito dalla chiara bellezza della luna.

     Fu il militare a sistemare la tenda ed accendere un pallido fuoco. Dormirono tutti e quattro insieme ed i tre uomini, uno alla volta, ebbero il corpo sinuoso e attraente della donna.

    Tutto questo senza proferire una sola parola.

    Appena il sole concesse i suoi primi raggi, i quattro erano già nell’auto pronti a partire di nuovo.

    Tornarono qualche chilometro indietro per riprendere la strada che aggirava i monti; corsero per deserte strisce di asfalto senza mai rallentare, senza usare il freno, finché la via fu percorribile.

    Nei pressi di un piccolo villaggio ai piedi dell’ultima montagna, l’uomo che conduceva l’auto dovette rallentare a causa dei detriti che erano riversati sulla strada e dell’enorme fosso che deturpava il suolo.

    Un vuoto tra due scheletri di cemento testimoniava il crollo di un palazzo. Polvere e mattoni, mobilio, legno, vetro, una culla semisommersa dai detriti, un braccio che fuoriusciva dal cumulo delle macerie e ancora oggetti di vita quotidiana, una televisione distrutta, uno spazzolino che chissà come era finito su quello che una volta doveva essere un cuscino, un telefono; tutto questo adornava la collinetta pietrosa che occupava il passaggio verso la grande città.

    Salendo sul marciapiede riuscirono comunque a passare e continuare il viaggio.

    Giunsero più avanti ad una specie di accampamento.

    C’erano delle persone per terra, immobili. L’unico suono percepibile, oltre il sussurrare incessante del vento era il pianto di un neonato. Si fermò la macchina e la donna insieme all’uomo vestito da militare scesero per guardare al di la del ciglio.

    Affacciandosi videro un fosso enorme, una tomba, che conteneva una ventina di luridi corpi insanguinati, polvere e puzza. Una bambina così piccola da essere vista a fatica muoveva ancora le braccia al cielo e con la bocca aperta urlava fino a divenire paonazza e violacea. Una zolla di terra le colpì il volto invadendo il suo urlo; dall’altra parte cinque o sei uomini, tutti puntualmente vestiti di bianchi smoking, servendosi di grosse pale, gettavano nel buco cumuli di terra.

    L’uomo guardò la donna e sorrise.

    Tornarono in macchina velocemente e ripartirono con più fretta di prima.

    Alle venti erano alle porte della grande capitale.

    Parcheggiarono la macchina scura ai piedi di un palazzo semidistrutto, con le poche pareti rimaste macchiate di fumo.

    Poggiarono i piedi su un tappeto di sabbia e vetro ed osservarono la lunga strada dissestata ed interrotta da cumuli di macerie, che tra i palazzi sventrati si perdeva gradualmente. Il militare si voltò verso i compagni e pronunziò le sue uniche parole: «Il mio turno è terminato, ora inizia il vostro.».

    I tre si incamminarono a piedi lungo la via. L’uomo li vide rimpicciolirsi e scomparire, poi salì nell’automobile e consultò la sua agenda. Tempo di nuovi impegni.

    La discesa - racconto 2003

     

    in quinto superiore dovevo essere un po' pazzo, fatto sta che scrissi questo racconto...

     

    La discesa

     

    “Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris?

    Nescio, sed fieri sentio et excrucior.”

                                                               Catullo

     

    Oh, Catullo, oh saggio Catullo, ogni qual volta l’aere fresco del mattutino mi riempie, mi chiedo cosa mai provassi tu di tanto sacro e profano da forgiare questi versi eterni? Anche io ad ogni risveglio, sento di odiare, di amare, e mi chiedo fino a che punto può giungere  la buia contraddizione nascosta dal mio cuore e dai tuoi versi.

    Fatale donna ti fu ispiratrice e allo stesso modo una bellissima e tremenda femmina apre la breccia nelle mie membra. Le ha spinte e tirate, le ha baciate dolcemente. Davvero bella quella donna. Davvero terribile. Il suo volto sublime da forma all’informe, ordine al disordine e bellezza a ciò che non è bello. Non mi chiedevo un tempo quale fosse la sua natura, quale Dio misericordioso e buono potesse avermela donata. Sbagliavo. Quando bambino giocavo con lei nel prato macchiato di vermiglio dell’inverno, sotto un azzurro cielo freddo e fumoso, quando correvo tra gli alberi sterili e respiravo quell’odore di grigio e verde che inebriava i sensi. Non me lo chiedevo quando più grande cavalcavo verso le spiagge estive, sotto adorabili ombre, circondato da giallo e giallo, a tal punto giallo da perdesi nel blu; non me lo chiedevo nemmeno quando passeggiavo all’ombra delle fronde oblique, insieme ad un rivo veloce tra giganti verdi e bianchi. Quanto fui stolto ora lo dico. Innamorato di un regalo inconcepibile, che non riuscivo a capire.

    Soggiunse l’odio tutto a un tratto, senza che alcuno ne auspicasse la venuta, indesiderabile indesiderato Odio.

    Fu per caso l’insensatezza di quel dono, la sua malvagia beltà? Fu la mia paura di scoprire fino in fondo cosa potesse celare dopo, fu forse il terrore dell’invecchiamento del mio corpo, di non piacerle più, di vivere con essa senza che lei volesse posare il suo dolce sguardo rigeneratrice su di me?

    Fu tutto e non fu niente. L’odio si sa, viene quanto meno lo si cerca.

    Proprio la mia donna, dunque, la Vita.

    Oh Catullo, oh saggio Catullo, quante volte ho sognato di tornare indietro, quante volte ho voluto essere stupidamente inconscio.

    Ultima ebbrezza, ultimo vero contatto con la mia fausta donna lo dedico a te.

    Sento i miei capelli come mare ondeggiare alla brezza vigorosa, sento la mia pelle rabbrividire tellurgicamente, i miei occhi fissare la discesa che mi attende.

    Amico mio, non è cosa ci sia dopo quello che conta. Mai ho preteso di conoscere l’inconoscibile e mai potrò narrarlo ad anima viva. Tu che però già conosci afferra questa mia mano e conducimi dove il mio amore mi vuole, dove il mio odio mi spinge.

     

    Ah com’è bello lasciarsi andare, volare, osservare il mondo ingrandirsi sotto di se, lasciarsi cullare dall’aria e dal vento inquieto, chiudere gli occhi e in un ultimo istante rivedere scene di un amore vero. Mai commettere l’errore di pensare, mai lasciarsi andare in stupide disquisizioni cervellotiche mentre la caduta si fa precipitosa.

    L’orgoglio, se non ci fosse lui dove sarei ora? A godere della mia amorosa vita, senza permettere che la nebulosa delle mie riflessioni partorisca la cosmica idea della discesa.

    È tardi mio Catullo per pentirmi, ma lascia che io veda ancora il mio bel volto felice, lascia che ripeta per l’ennesima volta i tuoi sublimi versi e permetti che questi occhi sputino lacrime così pesanti da cadere più veloci di me.

    Drogato dall’orgoglio la mia ultima estasi d’amore la dedico a me stesso.

    Oh, Catullo, mio buon Catullo, l’odio non è forse troppo amore?

    illusioni

     

    questo racconto l'ho trovato per caso e mi ero completamente dimenticato di averlo scritto. sono rimasto un attimo perplesso e ho dovuto leggerlo tutto prima di capire di averlo scritto:)

     

     

     

    Illusioni

    Ho messo via un po’ d’illusioni che prima o poi basta così

    Freddo calore stradale, fumoso asfalto bagnato di fine settembre, leggera brezza pungente scapigliante, lucerna soffusa che luccichi nelle pozzanghere, non c’è un po’ di magia in voi? Non c’è qualcosa che accarezza il sogno e lo coccola teneramente, inebriandolo di pensieri dolci. Anche il più semplice sasso sul ciglio della strada diventa poesia. Ma Andrea è fatto così. È sua la strada e l’acqua piovana; gli è stata regalata. È suo il sole la luna le stelle, ma niente lo potrebbe riempire tanto di ricordi come una pozza di fango, un marciapiede umido, una panchina bagnata.

    Qualche goccia ribelle gli sfiora la punta del naso. Una più grande, calda, corrosiva gli scorre dall’occhio seguendo il contorno del suo viso sporcato dalla barba e vola impercettibilmente verso terra, per perdersi nell’ombrosa umidità della sera.

    «Salve» disse un vecchio bianco passante. Andrea le facce pulite se le ricorda. Gli occhi grigi lo affascinano. Scavò nella sua miriade di ricordi, partendo dalla superficie. Prima i tutto c’era Daria. C’erano due anni di convivenza, di felicità, di gioia infinita, di poveri sentimento che non logorano, non si logorano, ti fanno felice: c’era un figlio.

    Più sotto, li dove si fa dura la terra, dove le pietre ti spaccano le unghie, Claudia. Un solo semplice pomeriggio. Mai il desiderio di assaggiare le dolci labbra esaudito, mai il leggero tocco del suo palmo aveva sfiorato il viso bramoso.

    Peccato, questo aveva avuto la forza di dirsi. Ma i pensieri, i sogni, non c’è uomo che li possa tenere a bada. Del resto, disperato è colui che non ha più sogni; ma la realtà aveva assopito l’illusione ed i remi si erano bagnati, avevano timbrato il loro intervento ed erano stati tirati in barca. Ma dopo due anni la spinta rischia di esaurirsi, rischia di lasciare posto ai pensieri. Forse quei remi erano semplicemente caduti in mare. Questo credeva Andrea sotto le nuvole gialle d’autunno. Quel vecchio vendeva fiori. Lo ricordava. Una sera d’autunno, molti anni prima pioveva come in quel momento, ma avrebbe smesso, doveva smettere. Ma l’umido diventa sempre asciutto e si desidera sempre di nuovo che il cielo torni a sputare acqua e poi? E poi un ridere rauco e ricordi tanti e nemmeno un rimpianto. Ma non poteva più smettere di piovere. Claudia la aveva attesa il giorno dopo quell’incontro, il giorno dopo ancora, e ancora quello successivo,a ma niente. Solo il fioraio con tutte le sue rose e i suoi gerani e le margherite gli facevano compagnia. Poi c’era Daria. Ma morta Claudia, morta l’illusione, mancava solo il terzo elemento alla catena: Andrea.

    “Chissà come sarà il mio funerale. Piangeranno”. Questi furono i suoi pensieri mentre estraeva dal cappotto quella mezzaluna metallica, pesante, ghiacciata, la poggiava sulla tempia e si lasciava cadere nei più dolci sogni per l’infinito tempo che lo attendeva.

     

    Monologo sarcastico

    Monologo sarcastico

    A star da soli si sta meglio.

    Dicono che sia come fare un tredici al totocalcio. Dicono che c’è libertà, che si po’ fare quello che si vuole, uscire con chi si vuole, avere sul cellulare perfino i numeri delle ragazze più belle che si conoscono.

    Dicono che sia uno sballo, che si torna a casa in piena notte, che si fanno le ore piccole con gli amici, che si scopre un mondo così bello, che c’è perfino chi ha il coraggio di affrontare la vita da single.

    Dicono che fa male, si, ma fa male solo per quei due o tre mesi, che non è poi così grave, un po’ di dolore e poi si torna a vivere più di prima!

    Dicono che si spendono molti meno soldi e che ci si può permettere qualcosa in più durante la settimana.

    So che alcuni parlano del fatto di non dover più sopportare critiche e lamentele assolutamente assurde, per non parlare poi del dover sopportare i suoceri.

    Dicono tante cose, ma in questo momento, Davide, non le ascolta.

    La ragazza mi ha lasciato è colpa mia dice Vasco. Beh, a lui era una moglie. La colpa non è nemmeno sua.

    Già, a pensarci bene di chi diavolo può essere la colpa? Davide proprio non se lo spiega. Del fatto che la passione è svanita…già, ma questo era colpa di chi? Di Davide stesso, che non ispirava più voglia di sesso alla moglie? O magari della moglie, così antica mentalmente da non transigere mai?

    Ma no, forse è stata solo colpa dell’amore che è svanito.

    Ma Davide! Tu te la senti di dire che è svanito? Tu che non dormi, che cerchi di non mangiare, che ci pensi in continuazione, da diventar matto, tu che tieni tutte le sue foto al loro posto nella speranza che un giorno torni; tu che dalla mattina alla sera ti crogioli nel cellulare pensando al messaggio che non le manderai mai, aspettando un messaggio che mai arriverà, tu che ti chiedi ogni attimo di chi sia la colpa, tu, vorresti far credere a me che non sei più innamorato? Vorresti convincere te stesso di questo? No mio caro Davide. Non la dai a bere a nessuno!

    Tu addirittura prepari le tattiche per cercare di farla tornare, di farle rendere conto di cosa ha buttato! Ma ti conviene che se ne renda conto? Sei piccolo e patetico. Da retta alla tua coscienza, forse è meglio che non si renda mai conto dell’affare che ha fatto, ha fatto tredici!

    Ma allora, se tu sei ancora innamorato di chi è la colpa? Tu sei certo di aver dato tutto quello che potevi a questa donna?

    Forse qua e la sei venuto un po’ meno, ma te lo perdoni, lo so, infondo non è questo che ha fatto scemare l’amore.

    È forse vero, come afferma lei, che siete più una specie di amici? Dimmi, ci credi? Io  No.

    Allora rimane solo una opportunità. La colpa è sua, della tua ormai ex moglie, colei che nella sua immensa immaturità, o non ti ha mai amato, oppure non ha bene in mente il concetto dell’amore. Pensa che sia sempre rosa, pensa che sia sempre travolgente passione, ma non si rende conto che è anche conoscenza intima  e profonda dell’anima.

    Bene. Abbiamo trovato un colpevole. Che fare? Continuare a sperare? Bella cosa, sperare che ritorni! Ma non farmi ridere Davide.

    Sperare che si renda conto dell’errore? Ma se non c’è nessun errore. L’errore sei tu, sta in te il file sbagliato.

    Ti sei innamorato perduto della persona di cui proprio non ti dovevi innamorare. È poi non lo sai, l’amore non esiste. Che cos’è l’amore? No quella è amicizia, non ci pensare, quella è solo amicizia. L’amore non esiste, è solo un espediente per far si che giovincelli conoscano ragazze e si bacino e provino un po’ di piacere. Cambia qua cambia la l’amore è la scusa per cambiare gioco e poi, quando si cresce e ci si rende conto di avere dei doveri verso la società il gioco finisce e ci si sposa. La tomba dell’amore? Quali parole più sagge. La fine del gioco! E allora cosa diventa l’amore? Scopare, torna dal nulla dal quale è stato inventato. Torna ad essere un fonema, una parola di cinque lettere apposta inventata per far figli, sfogare gli istinti e divertirsi un po’. E l’amore per i figli dici tu? Amicizia, si, amicizia anche quello, perché no!

    L’amore, mio caro Davide, non c’è, è un’invenzione del governo per farci stare buoni e guardare la televisione! Quante ne sanno quelli!

    Uccidersi? E perché? Che ne sappiamo noi di cosa c’è dopo. In fondo tu vorresti morire solo per fare a lei un dispetto, perché in realtà la speranza ti attacca alla vita più di ogni altra cosa. Che invenzione macabra e sadica la speranza!  E se poi dopo la morte non c’è nulla, bel dispetto le avrai fatto! Mai e poi mai vedrai la sua faccia e la sua reazione.

    Allora, forse vivere da soli, tristi e scontenti per tutta la vita! E per quale misterioso motivo? Per paura? Per vendetta, per depressione?  Davide, Davide, fai ridere te stesso!

    Caro amico, fregatene! Vivi quello che ti resta da vivere, inventati ogni giorno un passatempo migliore per arrivare a fine serata, e se proprio non puoi resistere a quel punto pensa un po’ a lei, piangila un po’ come fosse morta, odiala tanto perché lei è felice e tu no e poi dormi, sognala, ma ricorda che domani è un giorno nuovo e che devi inventarti qualcos’altro da fare per non pensare a lei. Del resto hai fatto tredici. Hai davanti migliaia di opportunità!

    suscitatio del 2001

    Suscitatio

     

     

    Nascere, vivere, morire.

    Dio, fede, paura.

    Crescere, cancellare, scrivere.

    Parole, vento, foglia.

    Invecchiare, riscrivere, morire.

     

    «Parliamo?».

    «E di che?».

    «Di noi no? Non lo facciamo mai».

    «OK, parliamo».

    «Va bene, parla.».

    «Eh, no, l’idea è tua, tocca a te dire la prima.».

    «Mmm. Vediamo…».

    Il vento odiato nella stagione fredda, era adesso un fresco ristoro. il contatto della sua effimera mano contro una pelle accaldata era un tuffo in un mare di sensazioni piacevoli, che si accavallavano alle precedenti. Il vento. Smuoveva piano le foglie di quell’albero di noce che pendeva sulle loro teste vicine; accarezzava il manto dell’erba sopra la quale erano seduti; trasportava infiniti odori e sapori persi tra emozioni e ricordi. Brezza più che vento. Una aggiunta al panorama di emozioni che si spandeva man mano che scorrevano gli attimi. La pelle si lasciava trasportare dal fresco piacere, sfuggendo ad ogni tentativo di controllo, la mente lo stesso. I due volti coperti l’uno dall’altro erano solo emozioni perse in quella brezza. Il sapore delle labbra di Sara, dolcissimo ma forte, morbido e sfuggevole, momentaneo e tenero, contribuì all’alchimia di quel momento di brezza passeggera, e donò ad Andrea una felicità immensa, che da dentro lo lacerava nel tentativo di fuoriuscire. Una lacrima decise però che non fosse ancora giunto il momento.

    «A cosa devo questo bacio?».

    «Ti amo. Come farei io senza di te?»

    L’abbraccio si strinse e la felicità prevalse sul resto. quella lacrima non riuscì a trattenersi. corse leggera su quel volto, prima parallela alla linea del naso, poi curvando piano assieme allo zigomo scese per la guancia, morbida come quel bacio, e terminò la sua corsa sotto il mento, lasciando il freddo dietro e precipitandosi verso il mare che ondeggiava sotto di loro.

    «Che cosa c’è?».

    «Scusa… scusa. è che sono felice. Non lo sono mai stato tanto. Ti giuro.».

    Sorelle di quella prima calda goccia presero la stessa strada, correndo sulla stessa scia, o tracciandone una nuova quasi perfettamente simmetrica del lato opposto del viso. Tutte verso il vento. Una mano soffice ed effimera quasi quanto quella dell’aria gli si poggiò piano su una guancia, e strusciando contro la superficie ruvida ed umida, lasciò una dose ulteriore di felicità. Non desiderava altro che quei teneri contatti con le sue labbra, con la mano, con la testa poggiata appena al suo petto. Il sole alto nel cielo azzurro sembrava essere lì soltanto per loro. Rimasero a lungo così. Impossibile dire quanto di preciso. Fu un momento interminabile, stupendo. quel tempo era utile ad imprimere nelle menti dei due quella scena, quelle emozioni, quei ricordi. Era domenica, era giugno.

    «Allora, di che parliamo madame?».

    «Parlami di quello che hai fatto ieri senza me.»

    «Ti ho pensato tutta la mattina… il pomeriggio lo stesso… la sera anche…»

    «Dai, non fare lo scemo. Che hai fatto?»

    «Be’, ieri mattina mi sono alzato verso le undici, ma ero sveglio già da prima. Sono stato a letto a cercare di ricordare il sogno che avevo appena fatto. C’eri anche tu sai? Poi sono andato a mare. Eravamo io ed Angelo e abbiamo fatto due panini in salumeria. Appena arrivato mi sono steso su un lettino a pensarti. C’era poca gente. Vabbe’, poi ho fatto il bagno e sono rimasto con tutto il gruppo a chiacchierare. Sono tornato a casa alle sette e ti ho telefonata. Pi ieri sera ho cenato e mi sono messo davanti al Computer. poi nulla.».

    «Ti sei divertito?»

    «No, perché tu non c’eri e mi mancavi troppo.»

    «Ah, ci credo!»

    «Mmm.»

    Questa volta fu lui a cercare il contatto con le sue labbra. Poi una mano lo accarezzò dietro la nuca e lo strinse a quel bacio, prolungandolo ancora per molto. I suoi occhi chiusi vedevano il viso delicato di Sara, sorridente e tenero, accattivante, bello. Nella bocca sentiva quello steso buon sapore di prima;sapore di lei, sapore di emozioni. Quando le labbra si lasciarono e lo spazio fra le due teste crebbe, Andrea potè vedere quel sorriso splendido; osservò i suoi occhi schiudersi piano rimanendone incantato; guardò qui lineamenti così lievi e perfetti; si sentì molto attratto, troppo innamorato. Le lacrime erano finite, ora sentiva solo un grande fuoco che gli bruciava in gola, percependo i battiti accelerati del suo cuore.

    «Ora è meglio che vada.»

    «Ti amo, ti amo, ti amo, ti amo!».

    Gli concesse un ultimo sfuggevole bacio. Lo guardò. Si accostò al suo orecchio e sussurrò ancora una volta «Ti amo.», poi si voltò ed andò via, lasciando un vuoto incolmabile, traumatico. Non era la prima volta che accadeva, ma la sensazione era sempre la stessa. Poi ci sarebbero state le paure, le speranze, le sofferenze, la rabbia. Ora c’era solo sconforto e rassegnazione. Si sentiva vittima di un’ingiustizia; di un crudele scherzo del fato. Si voltò ed iniziò a camminare piano, ascoltando nel silenzio delle foglie mosse dal vento, il rumore lieve dei propri passi, simbolo di allontanamento forzato, mai voluto. Ecco arrivare per prima la paura; era la peggiore delle sensazioni sgradevoli; forse perché lo colpiva così, a freddo, senza avvertimento. Paura di che? Timore di non poter vedere più Sara; di non essere stato abbastanza capace di  dimostrarle il proprio amore; di non essere ricambiato a dovere; di non farcela senza di lei. Poi la speranza, quasi peggiore perché consapevolmente vana: prima o poi la sofferenza finirà e noi staremo insieme sempre; del resto lei mi ama. Poi quella voglia di piangere, quella sensazione di essere creditore, ma “fottuto dal dovere pensare di dover avere”. Poi la voglia di prendere a pugni un muro, una porta, di rompersi una mano. Il pugno si stringeva, le nocche si facevano bianche, le unghie laceravano la pelle del palmo, le vene si gonfiavano. Poi stanchezza. Sia fisica che morale. Voglia di sedersi su un treno e tornare a casa a testa bassa, dormire, dimenticare, tornare a sperare.

    Il teatro e l'africa

    Il teatro e l’Africa

    «Ho Deciso, parto, vado in Africa, questa volta ho fatto già i bagagli. Questo è un addio.»

    Sentendo quella voce nella segreteria telefonica Nadia rise. La solita storia. Ogni volta che qualcosa non va Alfonso minaccia la fuga. Se non fossero amici da così tanto tempo forse ci cascherebbe; infondo è convincente. Quando mai non lo è stato? La segreteria telefonica continuava con i suoi bip e le sue voci. Mia madre, pensò Nadia, devo chiamarla, potrebbe essere qualcosa di importante.

    Ma Alfonso forse una volta di queste potrebbe partire davvero. Lei lo vedeva ogni volta più perso. L’altro giorno le aveva mostrato un suo disegno. Era bravissimo non c’erano dubbi, le sue opere la colpivano profondamente. I colori, le atmosfere; era espressa una voglia irrisolta di un luogo tranquillo, una voglia di finirla con il teatrino che ogni giorni veniva imbastito dalle persone che conosceva.

    Quella volta il disegno era un paesaggio. Un cielo più che altro, un tramonto. Il rosso che diventava giallo e si univa al colore della terra, bruciata, dell’erba morente; una montagna scura, nera all’orizzonte, che incombeva sulle nuvole macchiate dal sole. Era in grado di far sognare la gente con i suoi disegni. Lei sognava quando li vedeva.

    Ma il messaggio della madre? Nadia non lo aveva sentito. Era finito e ora a parlare c’era Antonella. Niente, non sentiva nemmeno lei. Pensava all’Africa.

    Si avvicinò alla bacheca che aveva appeso al muro anni prima, li, vicino alla libreria. Prese un mazzo di chiavi e uscì dall’appartamento. Aveva ancora addosso il giaccone con il quale era entrata pochi minuti prima, con il quale aveva ascoltato il messaggio.

    Prese la macchina e volò da Alfonso.

    «Ancora con questa storia dell’Africa» gli disse entrando, mentre lui, bassino, bruno e occhialuto la guardava poggiato ad uno stipite. Dentro, la casa era in disordine. Un subbuglio totale, non tipico di Alfonso, ragazzo più che ordinato, più che preciso.

    «Ho fatto i bagagli. Ho cercato di prendere quello di cui più avrò bisogno» disse lui guardandola mentre chiudeva la porta e si faceva accogliere dal calore di quella casa. Fuori la neve ricopriva ogni cosa, rendeva inaffidabile ognuno dei cinque gradini che salivano verso la villetta dell’amico di Nadia.

    «Ci sono un sacco di cose che non mi serviranno lì, ma non riesco a privarmene.» continuò lui sempre con gli occhi fissi su di lei.

    Nadia intanto lo ascoltava, decidendo cosa dire, cosa fare mentre osservava quel disordine e quella confusione che aveva invaso il bel salotto moderno. Il divano era pieno di cianfrusaglie. C’era il pupazzo che lei gli aveva regalato due anni prima, quando era andata a trovarlo prima dell’operazione al ginocchio. Non lo aveva più visto da allora il pupazzo, non era esposto come tutti gli altri in una camera quasi sempre vuota, destinata a un eventuale ospite che però non c’era mai. Solo una volta lei era stata li per la notte e si era potuta sdraiare nel materasso ad acqua di quella camera. I pupazzi erano stati poggiati con cura sul pavimento, vicino al mobile e il letto era pronto per riscaldarla. Si era seduta e aveva atteso l’onda di ritorno. Aveva dormito benissimo, felicemente.

    «Ho i biglietti»  disse lui guardando le spalle di Nadia.

    Lei si voltò e lo guardò negli occhi. Che si fosse spinto quel tanto più in la da decidere veramente di partire. C’era da soppesare bene la situazione.

    Per un minuto continuò a fissare i suoi occhi, ma senza vederli.

    Trenta secondi ci vollero per lasciare che lui partisse. Nessuna parola, oppure le solite menzogne. Lui se ne stava andando e questa volta in soli trenta secondi avrebbe preso l’aereo e sarebbe andato in africa, lei avrebbe perso un amico. O forse non avrebbe perso nemmeno quello.

    Altri trenta secondi per pensare che era forse giunto il caso di dire la verità, ma non ad Alfonso. Lui era fuori discussione. Le verità più importanti non hanno nulla a che vedere con gli altri. Nadia sentì che quel minuto volgeva ormai al termine. Non ricordava di essergli così vicina. Credeva che lui fosse ancora affianco alla porta, con le spalle al muro. Lei doveva essere affianco al divano, poggiava le sue mani sul cuscino blu. Eppure quando si era voltata non aveva capito ancora quanto fosse vicino. C’era voluto un secondo, intenso si, per capire quanto fosse vicino. Ma quanti anni ci aveva messo a capirlo?

    Passò qualche altro secondo, senza che nessuno dei due abbassasse lo sguardo. Occhio buca occhio e la mente di ognuno dei due è alla ricerca di qualcosa. Era un duello ben congegnato per far si che Nadia perdesse.

    Continuava lei a fissarlo con la testa leggermente inclinata verso l’alto, i capelli neri sulle spalle e gli occhi azzurri inerti. Lui, scuro cercava qualcosa dietro quegli occhi. L’Africa.

    Squillò il telefono e lui si distrasse. Pochi istanti per capire l’errore. Per uno stupido squillo di telefono aveva abbandonato l’idea del viaggio. Il solito teatrino. Ma poi avvenne qualcosa che non avrebbe potuto aspettarsi.

    L’Africa stessa, che mai era stata così vicina, ma pur sempre divisa da uno stretto di Gibilterra, si spostò e toccò le sue coste, morbidamente, con le labbra. Lo spettacolo è finito. Il viaggio è cominciato.

    Alfonso pensava a quanto fosse morbido quel contatto, a quanto avesse desiderato quel viaggio e si stupì di non aver poi sofferto tanto per averlo. Era qualcosa che nemmeno lui sapeva spiegare. Sentiva di  volerlo, ma non lo sapeva con certezza.

    Nadia dal canto suo preferiva non pensare, ma con scarso successo. Aveva preso un’iniziativa pericolosa e non sapeva dove sarebbe andata a finire. Magari tutto si sarebbe estinto in quel contatto, magari il viaggio sarebbe durato un giorno, un mese, un anno, una notte; non aveva per niente voglia di guardare avanti. Così chiuse i suoi bellissimi occhi azzurri e si abbandonò completamente al non pensiero, alla festa dopo lo spettacolo, rinunciò a tutta quella confusione.

    L’africa era bella come in quel disegno, ma era più vicina di quanto pensasse.

     

    La porta

    La porta

    «Vedi quella porta?»

    Michele guardava la porta. Era una normalissima porta e non la avrebbe guardata troppo se non fosse che si ergeva sola al centro del prato. Davanti a lui stava l’uomo che aveva cercato per tutto questo tempo.

    La ricerca era cominciata quando aveva iniziato a sentirsi scontento. La sua vita aveva incontrato un periodo buio e da quel momento non era più riuscito a rialzarsi. Ogni cosa gli andava storta. Il suo giorno di dolore continuava imperterrito, senza folate di vento o improvvisi cambi di direzione. La sua vita si era messa in salita e aveva la netta sensazione di non poter fare nulla per cambiare le cose.

    Così era iniziato un periodo durante il quale aveva cercato rifugio nella sua camera, in un mondo virtuale, a volte creato da lui stesso, altre volte nato in forma informatica. Non seguiva più i corsi universitari e usciva da quella camera solo per pranzo e per cena. Il suo intero universo era racchiuso in quella stanza. Aveva perfino smesso di avere amici. Ogni tanto metteva il guscio fuori dal portone di casa e incontrava gente che rivedeva poi nei suoi sogni, che conosceva, gente con la quale intraprendeva amicizia. Internet offriva un’altra occasione di mettere fuori il muso, ma con molto meno impegno. Così era iniziato il declino della sua persona fisica, declino che spesso segue quello della persona morale. I capelli lunghi e poco curati, la barba folta, il fisico asciutto, troppo, quasi rinsecchito, la pelle bianca, occhiaie e occhi spenti; faccia da malato.

    La disintegrazione del suo corpo andò avanti finché un giorno, per puro e semplice caso, non incontrò vagando per l’infinite trame della rete, un individuo simile a lui per destino. Un altro eremita delle chat, un altro povero disperato, sfortunato e privo di interesse per le faccende della vita. Questo ragazzo gli raccontò di aver sentito di un uomo, introvabile, un folle nascosto su una montagna che rendeva possibile qualunque vita si potesse desiderare.

    In principio Michele fu molto scettico, ma poi, informandosi, iniziò a credere realmente nella possibilità che questo vecchio esistesse e che rendesse davvero reali i desideri. Si documentò e scoprì dove si trovava. Si rimise in sesto, mangiando, uscendo, andando in palestra, recuperando la tonicità muscolare che ormai aveva perso. Tornò ad essere quasi l’Michele che era prima del suo periodo nero. Partì per il suo viaggio e si recò tra queste montagne.

    Durante il suo soggiorno visse intensamente e finì anche per conoscere una donna. Di nuovo si presentò la paura, pesante e minacciosa come la lama di una spada. La ragazza che aveva conosciuto era troppo bella, troppo desiderabile e troppo irraggiungibile per lui. Decise dunque di ignorarla, per non incappare in un’altra cocente delusione. La vita nuova che andava a farsi donare era ben altra cosa e non voleva abbracciarla con il ricordo di un’altra batosta.

    Lasciò perdere la ragazza e proseguì per la sua strada, finché quel pomeriggio assolato d’estate non fu accolto da quello strano vecchio, in quello strano prato, con quella strana porta.

    «Benissimo, consegnami le carte, i documenti e i soldi e segui le mie istruzioni» disse il vecchio.

    Michele poggiò la sua valigia sul bancone al quale era seduto il vecchio in mezzo al prato, e la aprì. «è tutto qui. I soldi che volevate, i miei documenti  e la documentazione dei miei beni.».

    «Allora è tutto a posto. Manca solo la sua firma qui… ah, ecco la penna… benissimo, ora segua attentamente le mie istruzioni.» il vecchio voltò leggermente il busto verso la porta alle sue spalle e con la mano iniziò ad indicare. «Si porti su quella pietra pitta di fronte alla porta e si concentri sulla vita che desidera fare. Quando si sentirà pronto parta di corsa, apra la porta spingendola all’interno e chiuda gli occhi. Non si fermi, mi raccomando, è importante che lei continui sempre a correre. Non si fermi per nessuna ragione, ne va del funzionamento della porta. Ora può andare.» disse infine il vecchio dopo essersi di nuovo girato verso Michele.

    Il ragazzo chiese permesso e si andò a mettere sulla grande pietra piatta. Il vecchio intanto contava i soldi con freddezza, senza fare caso a cosa accadesse alle sue spalle.

    Michele chiuse gli occhi e si concentrò qualche secondo, sentendo il cuore battere rapidamente.

    Si rese conto di non aver preparato il desiderio, e si costrinse a pensare a qualcosa. Non riusciva a immaginare un possibile futuro felice. Aveva paura. Fu così che pensò alla ragazza conosciuta pochi giorni prima. Bella, allegra. La paura che lo aveva bloccato non sarebbe esistita in quella nuova vita, sarebbe stata lei stessa ad andare da lui, a chiedere di lui. Tenne ancora chiusi gli occhi, pensando che in effetti tutti quei soldi valevano quella ragazza, che non gli importava di come sarebbe potuta andare nella realtà, la realtà si sa, riserva brutte sorprese. Così di colpo aprì le palpebre e corse.

    Arrivò alla porta con le lacrime agli occhi e il cuore sempre più pieno di speranza.

    Aprì la porta mentre, così come aveva detto il vecchio, chiudeva ancora gli occhi.

     

    Anna era in camera sua e pensava. Quel ragazzo, Michele, era andato via, stava cercando qualcuno. Le piaceva. Era un bel ragazzo, era simpatico, brillante, carino. Era davvero ciò che cercava. Non che lei credesse a quelle storie dell’anima gemella o cose del genere, ma le era piaciuto subito e ora erano almeno due giorni che pensava a lui. Quella settimana vissuta a stretto contatto le aveva ancor più aperto gli occhi. Non era amore. L’amore non esiste. Ma la voglia di conoscersi meglio c’era. Non poteva fare altro che sperare che lui scegliesse la stessa strada al ritorno e che si fermasse ancora.

     

    Il vecchio stava ancora contando i soldi. Sentì lo sparo alle sue spalle e non si voltò nemmeno.

    Conosceva benissimo il funzionamento della porta, che collegata ad un fucile causava uno sparo preciso e secco alla testa di chiunque varcasse quella soglia. L’altezza e il peso non potevano cambiare la sorte di chi si avventurava fin li. Il colpo era fatale sempre. Mai una volta era stato costretto a finire lo sfortunato di turno. Sorrise pensando a quel momento di esitazione che questo aveva avuto di più rispetto ai suoi predecessori, chissà in quale fantastica vita si era catapultato. Posò i soldi nella valigia e si alzò. Prese tutto e lo portò in casa, prese il cadavere senza volto del ragazzo e lo portò sul retro, dove lo avrebbe poi seppellito. Aprì il recinto lasciando uscire i suoi tre cani e li guardò pulire il prato da quello che restava dei sogni di Michele.