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    Desertificazione

     

    «Perché non dici niente?»

    «Che devo dire? Non ho niente da dire» risponde immediatamente, con un sorriso.

    Non era sempre così tanto silenzioso Michele, ma ogni tanto, per il freddo, per i suoi umori, per non si sa bene cosa preferiva rimanere silenzioso e ascoltare le parole che gli vagavano intorno. Ascoltare e conoscere, ascoltare e ricordare, ascoltare senza dire niente, per non farsi capire. Certe volte aveva una gran voglia di non essere capito, certe volte voleva esprimersi in modo diverso; altre volte si chiedeva come mai non lo capissero. Era stato così, era diventato diverso, era ricambiato, e tutto in una notte.

    Il problema, e Michele lo sapeva benissimo, era la stanchezza di pensare. Pensare a cosa dire, aver voglia di dire qualcosa ma averne paura, allora a questo punto meglio stare zitto, meglio aspettare che qualcuno che non capisce domandi, meglio aspettare che la risposta a quel quesito insistente che sbatte contro le pareti del tuo cranio gli venga data senza proferire parola.

    Silenzio e ancora silenzio per non essere capito.

    Intorno al lui cosciente dell’ambiente in cui navigava il suo mutismo, due pareti vicine, un lampione con poca luce, tre ragazze, un ragazzo e aria fumosa. Erano nel vicolo da cinque minuti, parlando tra di loro, facendo divertenti quanto inutili conversazioni, conoscendosi meglio. Conoscendo meglio tutti, ma non Michele il silenzioso. Lui che ascolta e conosce, ma non apre le porte.

    Antonio stava fumando, Michela, la bionda amica di Giorgia, sembrava non voler mai smettere di dire stupidaggini; Francesca cercava di tenere il passo.

    Giorgia, rivolta a lui lo guardava sorridendo, cercando di capire, non capendo e chiedendo «Perché non dici niente?». La risposta la conoscete già e anche il perché.

    Michele continuava a guardarla nella penombra di quel vicolo, lampione alle sue spalle ad illuminarne appena il profilo; un po’ dietro il volto pieno di Antonio, immerso nel suo stesso fumo, la pelle ingiallita dalla luce. Come fosse la finestra di un computer, Michele ridusse a icona la conversazione che si stava tenendo alle spalle di Giulia, concentrando sulla ragazza tutta la sua attenzione.

    Lei continuava a guardarlo, sorridendo dolcemente, chiedendosi il perché.

    «è che…» continuò come sentendosi in dovere di dare una risposta più plausibile, ma poi pentendosene.

    «Non è niente, sono un po’ stanco» disse in fine.

    Ancora lei e il suo maledettissimo sorriso. Il giorno che Michele smetterà di avere paura di se stesso, di quel sorriso e di quello che avrebbe voluto dire, forse potrà continuare quella frase. «è che mi piace il tuo sorriso, è che sono stanco di ascoltare queste cazzate e vorrei portarti via; è che non parlo perché tu non ti aspetti che io dica qualcosa di troppo». No, queste frasi non le dirà mai, non le dirà perché non può dirle, perché è il suo bisogno di voler bene a dettargliele, è la necessità di affezionarsi che vorrebbe fargliele dire. Non le dirà perché semplicemente non è ancora il momento, perché ne ha paura. Perché anche se fossero spontanee, non sarebbero necessariamente vere.

    La guarda ancora negli occhi, assaporando il suo sorriso, le guarda la bocca, la bacia velocemente, quasi imbarazzato dalla presenza degli altri. «Sono stanco stasera, non te la prendere, ma ascolto quello che dite, continua a parlare non ti preoccupare». Questo lo dice davvero. Aspettandosi che lei lo faccia, si giri e continui a parlare, sperando che lei continui a chiederglielo, dimostrando che forse qualcosa di lui l’ha finalmente capita in quel mare di parole vaganti, in quel vicolo allagato dalle scemenze.

    E lei lo fa. Continua a pensare al suo silenzio. Sta volta il sorriso ha lasciato il posto ad uno sguardo più serio. Non serio, non severo, ma interessato, intuitivo, intelligente. Ha capito, pensa Michele. Spera Michele.

    Lei dice «vieni con me» e lo prende sotto braccio. Lo porta lontano dal vicolo, lo porta nella piazzetta. Li è aperto. Li c’è aria da respirare, li c’è silenzio.

    «Allora mi vuoi dire cosa c’è?».

    Adesso si, adesso potrebbe dire tutto quello che vuole. Adesso potrebbe esprimersi, potrebbe abbattere la paura grazie a quell’assist che Giulia ha appena fornito. Ci pensa. La bacia un’altra volta, un po’ meno velocemente. Le guarda gli occhi, che bel colore. Pensa.

    Osserva quei lineamenti che sta imparando a conoscere, osserva quei capelli, immaginando ancora un sorriso. Guarda le sopracciglia ben definite, guarda il naso, le guance, il volto, aspettando una reazione, un movimento, un tic, qualcosa da imprimere nella mente. Pensa.

    Sono vicini adesso, sono vicini in tutti i sensi e lui pensa. Lei aspetta. Lui pensa.

    Un passante distratto inciampa in una lattina lasciata per terra, il vento alza un foglio di carta. Lo sguardo di Giulia segue quel foglio e si riposa sugli occhi di Michele.

    Tace e la bacia ancora, questa volta a lungo, affondando tiepidamente in lei, nel freddo inverno nella piazza. Ancora silenzio.

    La serata è ormai finita. La sigaretta di Antonio fuma a terra mezza schiacciata. Le stronzate di Michela sembrano essere terminate per il momento. Francesca è andata già via. Michele e Antonio salutano le ragazze e guardano andar via anche loro. Le seguono con lo sguardo finché non girano l’angolo.

    «Beh, che dice la tua ragazza?» scherza Antonio.

    «Non è la mia ragazza» risponde freddamente Michele, nascondendo il piacere che gli fa sentir scherzare così Antonio. Sono seduti sulle stesse scale dove poco prima aveva baciato lei. «Andiamo?» propone Michele.

    «A dormire» risponde Antonio. Si incamminano.

    Non la vedrà l’indomani. Non la vedrà il giorno seguente. Non la vedrà per una settimana ancora, e poi un’altra. La incontrerà un giorno per strada salutandola distrattamente. L’ombra del suo sorriso ucciderà, in quella occasione, una parte di lui.

    Ma è giusto così, è una parte che ha deciso affogare nella paura, è una parte volutamente sacrificata al suo nuovo, arido, solitario, razionale, triste se.

     vicolo stretto

    Comments (3)

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    iridefelice wrote:
    é semplice....i tuoi finali sono spesso (non sempre) non definiti. il lettore si aspetta qualcosa. un epilogo. ma non per forza felice. c'è sempre qualcosa di irrisolto in te. Non voglio psicoanalizzarti lo sai. Ma per aver maggior piglio con il lettore dovresti superare questo blocco. mi piace il tuo ridurre a icona e quando parli dell'assist mi piace meno la frase poco reale è che mi piace il tuo sorriso, è che sono stanco di ascoltare queste cazzate e vorrei portarti via; è che non parlo perché tu non ti aspetti che io dica qualcosa di troppo
     
     
    questa frase è troppo troppo razionale ....detta dal Michele del momento. basterebbe il primo pezzo.
     
    sei troppo razionale a volte. lasciati andare di più.
     
    ^^
    19 Oct.
    Toh, sembra la versione contemporanea di un film di Antonioni! Ma forse è il titolo che mi ha portata a pensarci.
    Comunque non posso scriverti un commento semplice. Forse perchè ho sonno, o forse perchè ho (/abbiamo) capito che la vita è più complicata di così. Di un bacio che porta al parziale happy ending e varie vie en rose, per quanto?
    Parlare a volte è difficile, e,pur volendo, per dire cosa e a chi?
    Dobbiamo solo cercare, per un pò, di non sprofondare nel pessicinismo cosmico  (e io non ci sto riuscendo un granchè) :P
     
     
    17 Oct.
    Amaliawrote:
    Ale, dì a "Michele" che è meglio se la prossima volta qualcosina la dice perchè una ragazza gli farebbe di sicuro meglio di un "nuovo, arido, solitario e triste se"!
    T'voglj bbèn*
     
     
    16 Oct.

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