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Quella notte in una stanzaCosa muove la mia mano? Cosa spinge verso l’assoluto il mio spirito, cresciuto talmente tanto da non somigliare nemmeno più a se stesso? Chi tiene assieme a me il coltello teso nell’aria, e velocemente mi accompagna nel irrimediabile gesto? Chi soccombe assieme alla vittima al martirio premeditato che si sta compiendo questa notte? Dubbi. Codardia. Questo mi rimane dopo tutto il meditare? Emozioni. Si loro sono la rovina di noi povere pedine di noi stessi. Emozioni, istinti. Cose animalesche dalle quali si guarda l’uomo saggio, il razionale. Avevo due me quando tutto ciò ha avuto inizio. Il primo, quello che mostravo alla gente, quello razionale e savio, quello colto e onorato, camminava per strada innamorato del pensare, del sognare, della calura umida dell’estate, così come dell’odore legnoso dell’inverno. Il primo quello che ingannato e tradito si vide togliere l’orgoglio tutto in un solo istante e senza alcun preavviso. Il primo, quello ormai da tempo sepolto, disoccupato, pensionato, abbandonato. Il secondo me invece, quello che è sopravvissuto, che è cresciuto, che si è ingigantito smisuratamente, come fuoriuscito dalla ferita aperta nel mio onore, quello guida le mie azioni e tiene in gabbia i miei tristi pensieri, che solo adesso si tolgono il bavaglio, adesso che è troppo tardi. L’io che ho tenuto nascosto, l’io che ho lasciato uscire solo con chi più amavo. L’io che ho conservato per i momenti di intimità, quando io solo scrivevo pagine e pagine bianche, macchiandole di inchiostro, di umana animalità. Due me stesso, eppure uno. Non anima e corpo, non mente e cuore. Mente e mente, divisi da un voler essere, da un voler apparire e un cercar di non essere, un voler conservare. Pudore assoluto dettato dal dominio del primo verso il secondo. Folle desiderio di giustizia, dettato dal secondo, una volta rinchiuso il primo. E allora cosa sono le emozioni? Oltre alla guida che ora mi tiene la mano pronta a scagliarla verso quel corpo? C’è ragione nelle emozioni, possiamo comandarle, gestirle, tenerle a bada? È amore che mi spinge? L’amore che mi è stato tolto? È odio forse, odio verso chi me lo ha tolto? Odio verso me stesso che l’ho perso, che me lo sono fatto togliere? Amore eccessivo verso il mio apparire, macchiato dagli altri? Disperazione non è, l’ho provata prima ancora di meditare questa notte, prima che si trasformasse in insoddisfazione. Ma questa nemmeno può essere, visto che mi ha solo portato a chiedermi perché. Tutto si risolve, tutti i sentimenti possono essere sintetizzati in Odio e Amore? Forse è alla base stessa della dicotomia precedente, quella tra il me razionale e il me impulsivo. Odio verso me, verso lei, verso lui, verso Dio. Amore per lei, amore per me. O forse è proprio il contrasto tra tutto ciò che ha generato la mia voglia estrema e irrimediabile di vendetta? Odio non poter più amare lei. Odio non amare le mattine assolate, le montagne innevate, la pioggia scrosciante e il gelo dell’inverno, il sole al tramonto, il calore della sabbia. Odio non amare me stesso, per quello che mi è stato fatto. Odio l’uomo, un po’ perché ne sono un esempio, perché sono così, ancora di più perché lei, lui ne sono una classe ben peggiore. E allora l’unico me che esiste in questo momento ucciderebbe chiunque possa solo ricordargli quel giorno incredibile, dove l’involucro della sua razionalità fu ferito, e lasciò sgorgare via tutte le emozioni. Ma io ci provo ancora ad usare il cervello, ci provo ancora a ragionare, a pensare a me stesso come essere umano intelligente, come non animale, come soggetto non guidato dall’istinto. Ci ho provato pensando all’assurdità del mio gesto. E sapete cosa mi sono detto? Codardo! La decisione è presa. Morissero entrambe, la ferita resterebbe, ma l’orgoglio smetterebbe forse di sanguinare. Morissero entrambe la fame del mio odio forse potrebbe placarsi. Morissi io, bene, cosa comporterebbe? Si esita a uccidere una mosca, una zanzara, uno scarafaggio? Un insetto qualunque, un animale se non gli si attribuisce fallosamente un’anima, se non lo si cura come un figlio, come un essere pensante? No. Chiunque preferirebbe salvare una vita umana piuttosto che uccidere un animale. Ebbene la mia parte umana vale la pena del gesto, vale il rischio della morte della mia parte animale. La luce è spenta. Penetra dagli infissi quella del lampione di sotto, andando a sbattere, frammentata in tanti piccoli quadratini, sul tappeto incolore sotto i miei piedi, sul tavolino di legno, sull’agenda chiusa poggiata sopra, sul divano un po’ più in la, sul quadro appeso sopra il divano, sulla porta aperta a metà alla sua destra, sulla grossa tenda che mi nasconde. Il coltello che stringo tra le mani è una pistola, efficace, non altrettanto silenziosa, sicura e più razionale, distaccata. Avrei voluto un coltello, ma sarebbe stato troppo complicato. Sento ogni tanto una macchina passare per la strada di sotto. Ogni volta il cuore mi sbatte forte, pensando che sia l’auto giusta. Ogni tanto sento dei passi e delle voci. Pioveva quando sono entrato, ma non ho lasciato tracce bagnate sulla mia strada. Sento le voci della gente che passeggia e immagino i tacchi che fanno tanto rumore sull’asfalto umido illuminato dalla luce di quello stesso lampione. Ancora silenzio. I miei occhi abituati all’oscurità vagano per la stanza cercando appigli per la mia razionalità che sta venendo fuori, tirata in ballo da non so cosa. Dubbi e domande insistenti che fuoriescono dalla mia gola senza fare rumore, non intaccando le corde vocali, ma solo la materia grigia, quella che mi rimane. E se non avessi mai smesso di ragionare? E se le emozioni fossero solo una accurata e ben detta bugia per ingannare l’unico me stesso che adesso mi sembra spezzato? Tutto si amplifica quando sento la chiave che entra nella serratura. La testa prende a girarmi. Chiudo un momento gli occhi e quando li riapro non gira più. Adesso c’è un po’ di luce che filtra dalla porta metà aperta. Sento passi nella casa. Due persone. Non parlano. Sento i cappotti, se li stanno togliendo. Adesso che c’è più luce riesco a vedere che quella che mi sembrava una agenda non è che una cornice capovolta, poggiata alla scrivania. Alzo la pistola e la punto verso la porta. Vedo un uomo passare nel corridoio appena fuori. Dopo un attimo torna indietro. Infila prima solo la mano sinistra, alla ricerca dell’interruttore. Non lo trova. Cresce l’ansia dentro di me, ma la mia mano è ferma. La sua sagoma occupa l’uscio. Adesso lo vedo bene. Accende la luce. Sparo. Sento lei gridare «che succede?» e camminare verso la stanza. La vedo attraverso la porta e sparo. Cade sul corpo di lui. Il sangue ancora non inonda il pavimento. Niente emozioni adesso. È tornata la mia parte razione. Pulisco velocemente la pistola e la lascio cadere sul divano. Sempre con il fazzoletto prendo la cornice, la guardo. Dentro c’è una loro foto. Mi ricordo di quando l’ho scattata. Si sono stato io quando non avrei mai detto che potesse andare a finire così. La rimetto a posto. Esco dalla stanza velocemente cercando di non toccare i corpi, prima che perdano troppo sangue e lasci inevitabilmente le mie impronta. Ha funzionato, la razionalità è tornata. È la paura che l’ha tirata fuori. Adesso c’è solo la paura. Niente odio né amore. Per quelli ci sarà tempo più avanti. Non sono pentito. Sono pronto ad assumere il controllo di me stesso e delle mie azioni. Rinato, esco dalla porta e me ne vado inosservato. Il delitto è compiuto. La vendetta è indescrivibilmente bella in questo momento. Odio non ne avverto più. Hanno pagato e non li odio. Non odio più me stesso perché adesso so chi sono. Torno ad amare. Lei non la avrò mai più, ma evidentemente non era lei che amavo così tanto…egoismo la più selvaggia delle caratteristiche, ma contemporaneamente quella che l’uomo solo può portare alla più estrema definizione. Ciò che distingue l’uomo dalla bestia, l’essere pensante da quello istintivo è la coscienza del proprio inguaribile, smisurato, pregnante egoismo.
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