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La vita secondo Luca
Digeriva al buio le parole sputate dalla cornetta del telefono tre o quattro minuti prima. Aveva chiuso la porta e spento la luce, prima di sdraiarsi sul letto ancora disfatto, a cercare di appianare tutte le increspature che quella voce disturbata dal solito fruscio del suo apparecchio gli aveva appena provocato. Stava sul letto al buio con i piedi penzoloni e le mani incrociate, poggiate sullo stomaco. Dalla finestra chiusa filtrava quel poco di luce che restava del giorno, quel residuo bagnato di luce. Sentiva le gocce sbattere sulla macchina parcheggiata sotto quella finestra, sentiva il vento sbatterle contro il vetro che separava la sua camera dall’esterno. Come sempre, quando cercava di concentrarsi su un pensiero, volendo metabolizzare un’informazione, farla sua e affrontarne le conseguenze, riusciva a pensare a tutto tranne che a ciò che voleva. La prima cosa che si era chiesto appena poggiato il suo sedere su quel letto fu, quindi, perché mai ho chiuso la porta?. A questa domanda la risposta era apparentemente semplice. Sto per immettermi in un percorso specifico dove so di potermi imbattere nella tristezza assoluta, nella disperazione e nella voglia irrefrenabile di piangere. Una volta appurato questo concetto semplice, la seconda domanda era: e allora che bisogno ho avuto di spegnere anche la luce?. Altrettanto semplicemente si era risposto: mettiamola così, avendo vergogna di piangere davanti a qualcuno, forse ho vergogna anche di piangere alla luce, davanti a me stesso; o forse ho solo paura che qualcuno possa entrare nella camera e trovarmi in lacrime e chiedermi cosa sia successo prima ancora che io abbia digerito a tal punto la notizia da non sentirla più nel petto, ma semplicemente nello stomaco. Questa notizia è un cancro allo stomaco. Vicino a cominciare a pensare “qualcosa” della notizia in se, non aveva fatto ancora i conti con un ultima domanda, fondamentale: perché continuo a chiedermi il perché delle mie azioni, quando conosco benissimo la risposta? Per prendere tempo, per ritardare più possibile il momento in cui la mia mente capirà la gravità delle parole trovate appese al filo del telefono e non saprà più dove rifugiarsi. Iniziò cercando di ricordare la conversazione, per appurarsi che non fosse stato uno scherzo, di aver capito bene tutto. Era al computer girovagando per le vite (blog) di perfetti sconosciuti. Adorava far questo, lasciando di rado commenti, cercando di occultare il più possibile la propria visita, guardando le foto, leggendo i post di vita vissuta, quelli più interessanti. Era seduto alla sua scrivania in compagnia di una canzone e dell’incessante rumore della ventola del suo enorme pc appena acquistato, col pensiero di voler andare di la a mangiare qualcosa, essendo già le cinque ed avendo pranzato con appena un piatto di spaghetti. Era in procinto di alzarsi quando il telefono poggiato sulla scrivania di plastica, accanto alla sua mano sinistra, iniziò il suo trillare stridulo ed odioso. Era così vicino che nemmeno dovette aspettare la fine del primo squillo per rispondere: «Pronto?». «Luca? Sono Adele». La voce di Adele. Aveva intuito qualcosa già dal tono della sua voce, qualcosa che poi gli aveva impedito di pensare che fosse uno scherzo. Sentì un nodo alla gola, sia mentre era al telefono, sia sul letto, ricordando l’avvenimento. «Ciao, come va?» rispose lui, volendo metterla sul convenzionale. «Luca…» la voce rotta, poi silenzio per qualche secondo. La paura si stava già allora impadronendo di lui. Attese in silenzio per qualche secondo, poi si decise ad affrontare la realtà che la migliore amica della sua ragazza lo stava telefonando con voce sconvolta e rotta dal pianto. «è successo qualcosa?» disse prima, in un ultimo tentativo di ignorare i segnali di pericolo che la conversazione gli aveva fornito; poi rendendosi conto, un secondo più tardi ribadendo:«Che è successo?». «Luca…» continuò lei con enorme sforzo. Riuscì a dire solo «…Giovanna», poi riagganciò. Quel nome lo pietrificò. Non se lo aspettava. Si aspettava un nome, qualcosa di sconvolgente, ma quello della sua ragazza, no. Rialzò la cornetta e compose il numero di Giovanna. Non contò gli squilli, ma furono veramente tanti prima che rispondesse la segreteria telefonica. Rifece la stessa operazione per tre volte, poi andò a cercare il suo cellulare. Prese in rubrica il numero di Flavia, altra grande amica della sua ragazza e telefonò. Anche questa volta dovette attendere a lungo prima di ottenere una risposta. Purtroppo non rispose una segreteria telefonica. «Luca…ti volevo chiamare. Sono con Adele.» disse Flavia, senza nemmeno attendere il “pronto” di Luca. «Senti, c’è stato un incidente con il motorino» la voce fredda e calma gli dava conforto; «Giovanna era con Francesco, il fratello», la calma cominciava a vacillare, la freddezza si stava trasformando in gelo; «sono… sono caduti, Giovanna ha sbattuto la testa…» la voce si faceva sempre più incerta, le parole arrivavano sempre più lente al suo orecchio; in quella pausa dopo il “sono” aveva avuto l’intuizione di ciò che fosse accaduto, ricacciandola immediatamente non appena la lenta impresa di Flavia era ripresa. Non aveva ancora detto una parola, disse solo: «Come sta?». La risposta fu immediata: «Luca, è morta». Riagganciò subito. Nessuno scherzo, no, era da escludere, decise al buio su quel letto, ascoltando fuori la pioggia, cercando di scrollarsi di dosso la freddezza che lo aveva attanagliato. Proseguì il suo percorso. Benissimo, Luca, pensò, Giovanna è morta, cosa pensi di fare? Pensò quindi alla loro storia, cercando di ricordare i dettagli, capendo chi fosse per lui quella Giovanna, cosa rappresentasse, in che misura doveva provare dolore per quello che era successo. Ricordò, così, la sera che la aveva conosciuta. Era stato in una discoteca a fine giugno. Ricordò come dopo un paio di settimane si fossero baciati, su quella spiaggia, al falò. Ricordò la prima volta che avevano fatto l’amore, scomodamente in macchina, e la seconda volta, nella sua camera, quella volta che i genitori di Luca erano a Milano. Ricordò il momento preciso in cui aveva capito che si sarebbe innamorato di quella Giovanna, quando quella mattina del 13 agosto era stato svegliato da lei che si alzava, quando, lei già vestita mentre lui dormiva, lo aveva abbracciato e, prima di uscire gli aveva dato un bacio. Ricordava perfettamente che da quella stessa finestra sulla quale battevano adesso pesanti gocce di pioggia autunnale, in quel momento entrava quel sole vivo, quel sole mattutino ed estivo, quella luce intensa che aveva illuminato quel bacio ed il suo volto chiaro, non ostante l’estate, non ostante le tante ore di mare. Ricordava come fu sentirle dire di provare le stesse sensazione, gli stessi sentimenti, un mese più tardi, ricordò della felicità tale di quel momento, da poterci morire, da poter morire, da voler morire. Ricordò la gioia di conoscersi, ancora non del tutto esaurita, la paura dei suoi genitori, che sapevano qualcosa ma non sospettavano niente, la voglia di sorvolare sul fatto che lei presto sarebbe andata a studiare in qualche altra città, avendo appena terminato il liceo. I ricordi stavano per aprire i rubinetti. Sentiva adesso farsi più pressante il nodo alla gola. Pensò, lo dicevo io che non dovevo innamorarmi di lei; che sarebbe andata via; che avevo giurato di non crearmi legami più distanti di mezz’ora di viaggio. Lo dicevo io che se ne sarebbe andata, ma ero disposto a correre il rischio, benché questo suo “andar via” non fosse così maledettamente definitivo! Pianse. Quando ebbe finito voleva dormire, lasciare che il tempo passasse più velocemente possibile, arrivare già a dimenticare, lasciarsi alle spalle tutto, pensieri, dolore, tristezza. Voleva addormentarsi. Prima di chiudere gli occhi si domandò un ultima cosa. Non conosceva ancora i suoi genitori. Aveva parlato con Giovanna di loro. Doveva andare in quella casa a prendere quelle cose che aveva lasciato li, a prendere qualcosa di lei, qualcosa che la rappresentasse, un simulacro per poterci piangere sopra. Decise che preferiva non conoscere i suoi genitori, non era il momento; decise che forse non avrebbe dovuto prendere nessun oggetto; che diritto ne aveva, il suo dolore non era paragonabile a quello della madre e del padre. Si vergognava quasi di provarlo, di non essere nessuno, di non avere questo diritto. Si sentì una nullità e dormì.
In quei giorni dormì tanto, come volendo cancellarsi, come volendo cancellare il tempo per andare avanti veloce. In quei giorni mangiò poco, come volendo punirsi per non essere stato abbastanza nella vita di Giovanna. In quei giorni guardò tante foto perché qualche volta gli capitava di svegliarsi con il pensiero di non riuscire a ricordare la faccia di lei.
Negli anni a seguire cercò di dimenticare. Ci riuscì, ma c’era qualcosa in lui di diverso. Era freddo, impaurito dai propri sentimenti, dalle relazioni. Ebbe delle storie, ma niente di particolarmente serio. Un giorno conobbe una ragazza, una nuova ragazza, una che sembrava piacergli tanto. Si comportò con freddezza. Sapeva di provare qualcosa, lo sapeva ma aveva smesso di parlare chiaramente a se stesso. Sapeva di doverle dire qualcosa, ma il suo rifiuto era tale da non poter nemmeno pensare quella cosa. Un giorno gli capitò di incontrare i genitori di Giovanna. Lo osservarono attentamente mentre le loro strade si incrociavano così casualmente. Il giorno dopo decise che era stanco di aver paura di un telefono che squillava. Il giorno dopo andò a bussare a quella porta. Aprì la madre. Lo riconobbe. Erano passati tre anni. Non aveva più visto ne sentito Adele e Sofia, non era andato nemmeno al funerale. Gli offrirono da bere, ma rifiutò, chiese se la camera fosse rimasta uguale, ma era stata adibita a stanza degli ospiti e le cose di Giovanna erano state spostate, conservate. Scese con il padre nel garage, nella tomba oscura e umida, e gli fu mostrato uno scatolone. Odore di vecchio, odore di animali addormentati che non andrebbero svegliati. Guardarono insieme delle foto, guardarono dei disegni, lessero parole scritte su quadernetti ingialliti ma ancora ordinati, ancora precisi. Trovarono un diario. «Tienilo, se vuoi» disse l’uomo a Luca. Aprì l’ultima pagina, lesse. Centinaia di parole, lettere, inchiostro su carta, scripta manent. Una sola cosa significavano quelle frasi in quel momento, dopo tre anni. Giovanna era felice. Il diario traboccava di “Luca”, era dappertutto, in foto, pensieri, messaggi ricevuti e trascritti con quella scrittura chiara e rotonda. Era in quel diario come un hamburger in un panino del Mc Donald’s. Quando Giovanna morì era felice principalmente per merito suo. Lesse negli occhi del padre un pizzico di riconoscenza. Lesse un tocco di malinconia. Tutto quello che l’uomo invece poteva vedere in Luca era gioia, pura e semplice gioia.
Quel giorno vide la sua nuova “amica”. Dopo aver fatto l’amore la guardò negli occhi e le disse «ti amo». Lei non rispose, continuò a guardarlo. Il suo cuore sbatteva forte, il respiro sembrava non voler uscire tanto era stata improvvisa quella decisione; improvvisa ma meditata. Anche se non disse niente, la ragazza che ricambiava il suo sguardo con gli occhi di chi non voleva sentire altro che quelle parole, sembrava che fosse soddisfatta. Il Luca egoista non sarebbe mai scomparso, voleva con tutto se stesso essere altrettanto felice; ma in quel momento gli bastava quello sguardo, gli bastava vederle brillare gli occhi.
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