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Immagine tempoÈ sveglio da troppo tempo. Si è alzato presto un po’ perché costretto da una indiscreta aspirapolvere un po’ perché il suo sadismo voleva che il giorno peggiore fosse più lungo degli altri. Bruciava la gola, bruciava mentre beveva a secco. Bruciava ma non come ora. La fitta allo stomaco lo aveva intontito nei primi minuti della mattinata. Non è mai colpa del alcool ma del essersi alzato presto. Adesso era sveglio da troppo tempo. In quella giornata erano successe troppe cose, ma nessuna importante. In quella lunga giornata aveva fatto di tutto per non pensare a niente. Ma la notte viene sempre a chiedere il tributo. Prima notte completamente sobrio. Lunga notte a pensare e pensare di pensare. La notte fresca e luminosa. Rigenerante e un po’ appiccicaticcia. La fuga della notte prima in una notte più calda era giustificata ma gli eventi che la avevano favorita no. Troppo tempo sveglio e nemmeno un arma per difendersi. Poco dopo essersi vestito e lavato ancora sonno e spossatezza. Il caldo si il caldo della sera prima. Il caldo della mattina e la fitta alla pancia. Confusione nella sua testa dopo tutto quel tempo sveglio. Giornata troppo lunga per capirci qualcosa. Giornata insignificante per capirci qualcosa. C’è silenzio nella notte fresca sobria e lunga. C’è silenzio nella testa. Far fare silenzio a quella maledetta ventola. Quanto calore che sputa. Ma la notte è lunga e può darsi che tra non molto lui decida di uscire fuori a godere di un maggior fresco. Ma fa paura. La notte fa paura. Il fatto di essere sobrio fa paura. La sua barriera funziona meglio con il caldo e le frasi allusive. Fermo immagine su di lui. Vestito con gli stessi panni della mattina. Occhi che calano. Su quella sedia dove si siede ogni mattina per prima cosa. Batte sui tasti. Fermo immagine sulla sua testa piena di informazioni inutili che si rifiuta di esprimere, di scrivere sul computer che ha davanti. Le sue orecchie percepiscono pochi rumori dalla finestra aperta. Poco più in la, fra i due organi sensoriali un bel po’ di campo aperto sulle proprie intenzioni. Immagine tempo di una persona che non vuole andare in giardino. Immagine spazio del giardino al buio che lo aspetta. Immagine temperatura del fresco del giardino e del caldo del computer che lo perseguita. Paura, immagine sensazione. Ha paura che qualcuno abbia preso troppo alla lettera i suoi desideri inespressi, qualcuno che quei desideri può ascoltarli. Ormai è tardi per cambiare idea, li ha espressi. Combatte ancora un po’ con la sensazione di non essere. Pensieri inutili i suoi perché infondo non esiste al di fuori della sua testa. Se è li è solo grazie ad una voce narrante che parla dalla sua testa. È l’unico a sapere di essere li. L’unico a possedere l’immagine di se stesso. Ha sonno e si può leggerlo sul suo volto. Giornata lunga, giornata lunga. Giornata vuota, serata pazza. Sta impazzendo. Scrive cose senza senso. Ha dato un pugno sul computer perché ha talmente sonno da non azzeccare una lettera. Gli brucia il piede. La gola no, un po’ più giù. La gola bruciava ieri sera. La testa girava. La testa brucia ora. Gli occhi bruciano per il sonno. Le mani si gonfiano. La testa girava. La testa gira un po’ anche adesso. È vuota. Scrive di volersi alzare ma non lo fa. Scrive di voler andare a dormire ma non lo fa. Sa che la sua testa è piena di fantasmi. Se spegne le luci gli escono dal naso. Se spegne le luci non lo fanno dormire. E lui ha sonno. Si abbandona allo scrivere a computer cercando il momento in cui l’automatismo dello scrivere lo faccia riposare. Gli impedisca di pensare. Scrive parole e parole. Nessun senso. Non ha alcun senso. Immagini e immagini tempo. Fermo immagine su quella persona che vuol fermare il tempo. Sta pensando che è il caso di smettere. La sera prima ha bevuto troppo. La sera fresca in cui scrive al computer, quella sera sobria, sarebbe stato meglio bersela. È il caso di smettere di pensare pensa. Pensa che è ora di smettere di lasciarsi trasportare dall’alcool che non beve, quello che è già dentro la sua testa, quello che brucia. Pensa che deve finirla con questa storia del preoccuparsi. Sta pensando che è meglio andare a dormire e lo scrive, ma non si muove. La giornata è stata snervante. Troppi pensieri per cercare di distrarsi. Non funzionano. Ora se spenge la luce i fantasmi vorranno sentire a quali conclusioni è arrivato. Ma non c’è un filo logico in quello che succede, in quello che fa in quello che vuole. Non c’è un filo logico e non c’è nessuna conclusione perché è solo un’immagine tempo. Non c’è trama, non c’è rischio di essere banali mai. Non c’è il rischio di essere capiti. Tranquillo davanti al computer sapendo di aver detto tutto e di non aver detto niente. Di aver pensato a tutto e di non averlo fatto bene. Di aver pensato a tutto ma senza pensare veramente. L’immagine tempo è così. Non è comprensibile se non dall’attore protagonista. Dalla persona che soffre il caldo al fresco della sera. Protagonista certo del racconto di se stesso davanti al computer, ma intimorito dall’essere semplice comparsa in qualsiasi altro racconto. Ma l’immagine tempo non è un racconto. È una immagine ferma, che cattura un attimo. In un attimo quanti pensieri si possono fare? Infiniti? Un pensiero ne racchiude un altro che è racchiuso in uno più profondo. Il nocciolo dov’è? Non c’è. Per questo l’immagine tempo è inconcludente e incomprensibile. E il tempo? È il tempo? C’è silenzio adesso. Il giardino lo attrae ma di più il letto. Il fantasma è ancora nella sua testa. Non uscirà dalle dita, non uscirà che dal naso. Ma non uscirà in giardino perché li si che sarebbe il fantasma di una gatta da pelare. Si i rimorsi da pelare neri come i gatti neri. Scappare era l’unica soluzione ma poteva evitare di farla diventare la sola alternativa. Scappare era stata una cosa saggia. Scappare quella mattina di corsa no. Se ne era pentito e ora pelava. Pelava la sua fuga sobria mattutina o primopomeridiana che fosse. Andava pelata per bene prima che si mettesse a miagolare dalla prigione di cemento in cui voleva seppellire tutti i motivi che lo avevano spinto prima ad affrontare e poi a scappare. Sono solo scuse. Aveva trovato scuse tutto il pomeriggio. Che la gatta non riveli altre cose sepolte. La verità è che mettersi il pigiama e andare a letto e spegnere quella maledetta luce sarebbe voluto dire cercare di tornare indietro e non scappare ne ieri ne oggi. Sarebbe voluto dire rendersi conto di dover pelare veramente tanto. L’immagine tempo brucia. La sua immagine tempo è dilatata su quel foglio che ha davanti. Gira la testa, brucia la testa. Bruciano le mani e i piedi e i ricordi e lo stomaco bruciava la sera prima. Ed è il caso adesso di smettere con il bere e bere qualcosa. Sarebbe il caso di smettere di fumare anche se non ha mai fumato. Ma i fantasmi che escono dal suo naso sono come fumo che esce dai polmoni. Però passando per la testa. No non esiste nessun altro posto dove si esprima una immagine tempo. Nella testa e basta. Gli occhi non sanno nemmeno cos’è. Il cuore non esiste veramente. Il cuore, è divertente pensarlo, è della stessa pasta del tricipite, del bicipite e del polpaccio. È il caso di smettere di giocare a pallone se brucia il polpaccio. È il caso di smettere di giocare a pallone se bruciano i muscoli. È il caso di smettere di bere quando brucia. Fa caldo in quella serata fresca e senza senso. Alcun. Si alza dalla scrivania. Chiude il monitor senza far caso a niente. Si alza di nuovo. No, non si era seduto. Siamo fuori dall’immagine tempo. Nell’uscire ho avuto un dejà vu. Si alza ancora dalla scrivania. Il computer è spento. Non ha nemmeno salvato quello che stava scrivendo. Ora l’immagine è dinamica. Ora va verso il letto. Chiude prima la persiana. Poi spenge la luce finalmente. Al buio, ma non può tornare nell’immagine tempo. Ha paura si ma di sbattere contro un muro. Tentoni arriva al suo letto. Ci si siede. No. Prima deve mettersi il pigiama. E allora si alza dalla scrivania e chiude la finestra. Spegne computer e luci. Con il cellulare si fa strada al bagno. Ha dimenticato di prendere il pigiama. Torna in camera; spegne ancora il computer. Va verso il letto al buio e trova il pigiama sotto il cuscino. Si spoglia meccanicamente. Spegne il computer. Si mette il pigiama al buio. Si sdraia sul letto. Non dorme. Accende la luce. Ha dimenticato di spengere il computer. Avesse bevuto qualcosa almeno. C’è troppo alcool nella sua testa e troppo poco nel suo stomaco. Ha sete. Va a spegnere il computer. Le casse fanno un bel suono quando restano accese mentre si spenge la macchina. La ventola tace. Non sputa calore. La finestra ingoia aria fresca. Si risiede sul letto. Porta i piedi e si stente. Brucia un piede. Fresco. Si infila sotto il lenzuolo. Fresco. Perfetto. La luce. Deve spegnerla. Spegne il computer e resta al buio. Il cellulare. Un ultimo sguardo poi anche quel monitor inizia a svanire. Un fantasma appare. Di nuovo immagine tempo. Ma un altro tempo. Il tempo della notte. Una immagine tempo infinita. Talmente infinita che sembra non esistere. Ma è forte come immagine, brucia. Brucia il tempo. è mattina un’altra volta. Ancora un giorno trascorso. L’immagine tempo della mattina è spezzettata quando si sveglia centinaia di volte prima di trovare lucidità e tornare ubriaco senza bere. Allora la prima cosa che dovrebbe fare è bere un bicchiere. Ma non è un ubriacone. Si lo è ma non lo è davvero. Si alza ancora dal letto. Il computer è già acceso. Accende il computer e si risiede li. Rilegge la sua immagine tempo e inizia a perdere tempo. Sarà una giornata più breve la prossima. Dannata aspirapolvere. Comments (4)
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